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Finanza senza benessere Le banche tornino a servire l’economia reale

Per il Primo Maggio viene naturale un parallelo tra le voragini dei bilanci delle Banche con la loro economia di carta e le difficoltà del lavoro e delle imprese.

L’assemblea di Ubi ha approvato il bilancio del 2011, anno orribile per il sistema bancario italiano, con la stratosferica perdita di 1841 miliardi di euro; nella galassia Ubi brilla la stella della Banca Popolare di Bergamo che ottiene i risultati migliori.

Tecnicamente la super perdita deriva da una svalutazione degli avviamenti iscritti a bilancio, che avevano un valore manifestamente superiore alla sua realtà: tutte le principali banche italiane hanno svalutato queste poste immateriali usufruendo di una norma di Legge del luglio 2011 che lo ha consentito e che anzi permetterà alle Banche un risparmio di imposte nei prossimi 10 anni.

I dati negativi attengono anche la diminuzione dei depositi, scesi quasi del 4% in termine nominale ma oltre del 6% in relazione al potere d’acquisto delle famiglie, accompagnati dalla diminuzione dei prestiti nell’ordine del 2%.

I crediti deteriorati crescono di 1 miliardo di euro e con 6,24 miliardi di euro rappresentano il 6,50% del totale dei prestiti, dato fra i migliori tra le grandi banche.

Il patrimonio netto tangibile pari a 6,85 miliardi di euro è quasi completamente assorbito dai crediti deteriorati mentre il patrimonio liquido del gruppo, pari a 4,8 miliardi di euro, è superato dai crediti dubbi per l’importo di 1,5 miliardi.

La situazione del sistema bancario non è rosea principalmente per la contrazione dei depositi liberi in conto corrente che sono linfa per le banche, per le imprese, per la ripresa ed i consumi; quando il risparmio evapora i segnali per l’economia sono plumbei perché insieme ai risparmi si distrugge il lavoro.

L’ approvazione del bilancio Ubi cade in concomitanza con il 1° Maggio; si dice che sia fra i peggiori del dopoguerra se non il peggiore per i cupi scenari che si proiettano sullo schermo economico italiano.

Vengono spontanee, al proposito, associazioni tra l’entità della perdita di Ubi (e di tutte le maggiori banche) e l’instabilità delle imprese e dei posti di lavoro. Questa voragine è figlia dell’economia di carta che banche e i banchieri pensavano di perpetuare, come modello di sviluppo economico, nel più lontano futuro; la stagione infausta della crescita economica basata sui famigerati derivati ha indotto anche manager ritenuti avveduti ad avallare scelte sbagliate ed improvvide, come si sono rivelate tali molte fusioni fra banche diverse territorialmente sovrapposte.

I valori pagati all’epoca delle concentrazioni si sono rivelati eccessivi alla luce del crollo di profitti e degli effettivi utili realizzati dal 2008 ad oggi e previsti per gli anni a venire.

Queste maxi perdite, dichiarate in bilancio e rese evidenti, ci permettono di asserire che la via della finanza al benessere è morta e sepolta e quindi la palla torna nelle mani dell’economia reale dove è attore il buon lavoro e l’impresa efficiente, mentre la Banca torna ad essere indispensabile servitore.

Questo è il messaggio del primo maggio che possiamo associare alle perdite straordinarie di Ubi e delle principali banche italiane.

La strada verso la crescita è oggetto di ampio dibattito fra i migliori economisti che non concordano sulla cura da prescrivere al paziente Italia, stretti come sono dalla paura di doversi confrontare con la ‘distruzione creatrice’ che caratterizza il capitalismo di Schumpeter e l’impossibilità di perseguire l’intervento Keynesiano della ‘mano pubblica’ che metta in circolo linfa e lavoro, per inesistenza di mezzi e di margini di manovra.

E’ in gioco la sconfitta della disoccupazione che è vicina al 10% ed insieme la messa in efficienza dello Stato sociale che caratterizza la civiltà europea.

Jt

Commenti

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  1. Scritto da Franco

    Ma scusate, senza paroloni da tecnici di servizio, la svalutazione del capitale e delle partecipazioni abbatte la tassazione … delle banche?

  2. Scritto da Yu-li-han

    Neppure economia di carta è quella supportata da tutte le banche occidentali, solo contabilità numerale che rimbalza vorticosamente nei server e sui terminali. Sindacati, Bocconiani, Watchdogs, Strategic Think Tanks, ONG, Capi Dicastero, Comitati Centrali di Partito, Predicatori……tutti gabbati dalla convinzione di essere mostruosamente intelligenti, di arricchire, arricchire a numeri di niente. Economie affidate a presuntuosi, nazioni spolpate dai subprime. Nessuno si ricorda le AM-lire? Meno creduloneria , meno aristocratica supponenza, signori aspiranti cernobbini. Sono le mani callose che costruiscono il benessere per tutti: contadini, operai, commercianti, Gente seria!

    1. Scritto da Gengis

      Quanto a supponenza però non scherzi neanche tu. Dopo che ci siamo raccontati che la finanza spazzola la ricchezza vera e reale che produciamo poi dovresti anche raccontarci come fare. Purtroppo però se lo dici tu al bar non succede niente …….

      1. Scritto da Yu-li-han

        Io al bar non vado mai. Al bar vanno di più i bari. Quelli che l’economia la mettono in bara. I baroni campavano e campano sulle banalità. Se ci fosse una classifica dei Comuni che non sono andati alla deriva per i derivati, intuirebbe dove da noi su questo ci si scontrava, si decideva e si salvavano Bilanci e Patrimoni pubblici, in barba agli indirizzi dell’incensato oracolo Tremonti. Quanti chierichetti a Cernobbio con il turibolo, ricorda?

  3. Scritto da Schopenhauer

    Complimenti a bgnews, articolo ch affronta anche in chiave moderna i temi ed i problemi del lavoro VERO.