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Abusi sessuali sull’alunno nel laboratorio della scuola

Le violenze su un bambino di otto anni avvenivano in un laboratorio nel seminterrato del plesso scolastico. I genitori vogliono giustizia. Uno psicologo aiuterà a ricostruire la fiducia nel rapporto tra famiglie e scuola

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I genitori del bambino di otto anni vittima di abusi sessuali da parte del maestro chiedono giustizia. E a Palosco, il paese della Bassa Bergamasca, dove è avvenuto l’abuso, i genitori dei compagni di scuola del bambino chiedono chiarezza, esigono risposte, temono che il maestro 63enne, stimato e apprezzato, ora diventato orco, nasconda altri segreti inconfessabili e terribili.

Tutto risale a un mese fa, quando al ritorno a casa la mamma chiede al figlio: “Come è andata a scuola?”. E da lì parte il racconto drammatico, incredibile, con il maestro – una delle figure educative di riferimento – che diventa mostro.

In quella casa la tranquillità cede il passo alla disperazione. Che fare? Il racconto dettagliato del bambino viene ripetuto al papà. La vicenda è delicatissima, uno tsunami che rischia di travolgere e stravolgere il bambino, la famiglia, la scuola e le relazioni con l’intera comunità. Quindi l’incontro con i carabinieri di Martinengo e con il brigadiere Massimiliano Pressacco che con estrema delicatezza si muove in quel mondo sereno che dovrebbe essere l’infanzia e che ora è un inferno per un’intera famiglia. Il contatto con la dirigenza scolastica.

Il maestro 63enne A.M. ha alle spalle un’esperienza di 38 anni trascorsi in cattedra e nessun sospetto.

Il pubblico ministero Raffaella Latorraca che, con una dolcezza materna, riascolta il racconto del bambino. Un racconto dettagliato che conferma le versioni precedenti. Avviate le indagini si decide di posizionare delle microspie in un laboratorio della scuola elementare, nel seminterrato del plesso scolastico, dove secondo il bambino avvengono gli abusi.

Dal monitor che rimanda le immagini riprese dalle microtelecamere, la mattina di martedì 17 aprile, quel racconto si fa purtroppo tremenda realtà. Il sospetto è diventato certezza. Immediato l’intervento dei carabinieri appostati fuori dalla scuola. Nessuno, insegnanti e alunni, immagina che cosa stia succedendo, chi stanno cercando nel seminterrato della scuola quei carabinieri. Il maestro si allontana sull’auto dei militari dell’arma, il bambino vittima degli abusi torna tra le braccia dei genitori e al dirigente scolastico rimane la tremenda delusione di vedere scalfito d’un tratto i valori come l’insegnamento e fratturato il rapporto di fiducia che lega le famiglie alla scuola. Occorre altra cautela, delicatezza, protezione.

Bisogna pensare agli altri bambini, alla scuola, agli insegnanti colleghi che sono sotto shock, come tutti, dopo questa vicenda. Dopo due giorni, giovedì 19 aprile, nella casa circondariale di via Gleno a Bergamo il primo incontro con il pubblico ministero. Davanti a quelle immagini che rivelano la vera natura del maestro, il 63enne fa scena muta. Non risponde alle accuse. Tace. Il dubbio investigativo è che a questo caso emerso ci siano nel passato altri episodi taciuti per timore, per vergogna o per impotenza di fronte ad un’istituzione. Sotto sequestro finisce anche il computer personale dell’insegnante.

La magistratura opera nel silenzio e nella discrezione che il caso esige. Il giudice per le indagini preliminari Ezia Maccora, per i gravi indizi di colpevolezza raccolti dagli investigatori, conferma la custodia in carcere e respinge la richiesta degli arresti domiciliari in una struttura protetta avanzata dagli avvocati della difeda del maestro.

A Palosco intanto Forza Nuova appende striscioni contro la pedofilia. La comunità tutta si interroga e sconvolta percorre la strada del silenzio.

La scuola organizza un’assemblea e cerca di dare spiegazioni, ricostruisce la fiducia su cui si fonda il rapporto tra famiglia ed insegnanti.

Uno psicologo cercherà di aiutare i genitori degli alunni a superare questo momento. I genitori della vittima si rivolgono ad un avvocato, un’altra donna, Stefania Botti, e chiedono giustizia. E forse anche un dono: poter cancellare questa violenza che ha travolto loro e il loro figlio.

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