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Morosini nel 2005: “Perché è capitato tutto a me?”

Vi proponiamo un articolo scritto dal giornalista bergamasco Guido Maconi per il Guerin Sportivo nel 2005. Pieramario Morosini, appena passato dall’Atalanta all’Udinese, racconta la difficile storia della sua vita.

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Vi proponiamo un articolo scritto dal giornalista bergamasco Guido Maconi per il Guerin Sportivo nel 2005. Pieramario Morosini, appena passato dall’Atalanta all’Udinese, racconta la difficile storia della sua vita.

La sorpresa era lì, che lo aspettava, nascosta dietro l’angolo. Pier Mario Morosini, centrocampista classe ’86 della Primavera dell’Atalanta e Nazionale dell’Under 19, ha imparato in fretta, suo malgrado, quanto sia imprevedibile la vita, quanto il destino possa riservare gioia e dolore miscelandoli in maniera vorticosa. Non aveva ancora smaltito la rabbia e la delusione per quello scudetto consegnato alla Roma nella finale del campionato Primavera giocata al «Via del Mare» di Lecce lo scorso 9 giugno. Lui che pure era stato premiato dal Guerin Sportivo come migliore giocatore della finale, a perdere in quella maniera proprio non ci stava. E quel boccone amaro faticava a mandarlo giù. Non poteva immaginare però che di lì a poco sarebbe arrivata la chiamata destinata a cambiare la sua vita. Dietro l’angolo c’era l’Udinese. Il che voleva dire passare dalla Primavera al sogno Champions League. «In 5’ è cambiato tutto. Il mio futuro – racconta – lo immaginavo a Bergamo, nell’Atalanta, o comunque in qualche altra squadra di B, invece è arrivata quest’occasione che non potevo lasciarmi scappare. All’improvviso mi sono reso conto che stava cambiando la mia vita. L’Atalanta sta vivendo un momento particolare e ha bisogno di vendere. Io non la posso che ringraziare per come mi ha cresciuto in tutti questi anni». Parla già da uomo adulto, Morosini, nonostante non abbia ancora 19 anni (li farà il 5 luglio). La vita l’ha costretto a crescere in fretta. Quattro anni fa ha perso mamma Camilla e due anni or sono papà Aldo. «Sono cose che ti segnano e ti cambiano la vita, ma che allo stesso tempo ti mettono in corpo tanta rabbia e ti aiutano a dare sempre tutto per realizzare quello che era un sogno anche dei miei genitori. Vorrei diventare un buon calciatore soprattutto per loro, perché so quanto li farebbe felici. Per questo so di avere degli stimoli in più». Ora Mario vive a due passi dallo stadio con un fratello e una sorella più grandi che hanno bisogno di assistenza. «Nel giro di due anni ho perso i miei due punti di riferimento più importanti, ora so di esserlo io per i miei fratelli, nonostante sia il più piccolo della famiglia. Per fortuna che in casa ci dà una mano zia Miranda. Ha 80 e passa anni, quello che ha fatto per noi è straordinario». La forza di Mario è che non si è mai perso d’animo. «Spesso mi sono chiesto perché sia capitato tutto a me, ma non riesco mai a trovare una risposta e questo mi fa ancora più male. Però la vita va avanti». Si è sempre rimboccato le maniche, Morosini, andando avanti a testa alta, proprio come è abituato a fare in campo, e non mollando mai, proprio come contro la Roma nella finale scudetto quando è stato l’ultimo ad arrendersi. Assoluto dominatore del centrocampo pur al cospetto di un ottimo giocatore come Marsili, ha smistato centinaia di palloni non sbagliando praticamente nulla. «La delusione – spiega – è stata soprattutto per come è maturata quella sconfitta. La Roma era composta da ottimi giocatori, ma in campo noi eravamo più squadra, sentivamo di poter vincere. Purtroppo ci hanno detto male gli episodi. Ci resta il rammarico di non essere stati al completo, sarebbe bastato avere almeno uno degli attaccanti che ci sono venuti a mancare, Defendi o Filippini. Ma ci resta anche la soddisfazione di essere arrivati fino in fondo. Non so quanti ci davano in finale, è stata una bella rivincita per tutto il gruppo». Rivincita e soddisfazione, come quella per il premio del Guerino. «Una grande soddisfazione personale, anche perché conquistata al cospetto di gente che aveva già giocato in serie A». Già, la serie A che quest’anno ha solo accarezzato. «Sono andato diverse volte in panchina, senza mai riuscire a esordire. Motta e Capelli sono stati più fortunati? Non li ho mai invidiati per questo, anzi ero felice per loro. Magari pensavo che in fondo potevo starci anch’io con loro, ma nel calcio so che basta poco. Nel mio ruolo l’Atalanta a gennaio ha preso Migliaccio, se non fosse arrivato magari avrei avuto anch’io qualche opportunità. Si vede che doveva andare così, non me ne faccio un cruccio. Ora spero che sia arrivato anche il mio momento, anche se non puoi mai dire di essere pronto per la serie A finché non ti misuri sul campo. Ma adesso è arrivata l’ora di raccogliere quanto seminato in questi anni». A Zingonia, dove lo conoscono bene, sono pronti a scommettere su di lui. «Sono convinto che Morosini farà parlare di sé» si sbilancia mister Giancarlo Finardi che lo ha allenato nelle ultime due stagioni di Primavera. «Ha grandi potenzialità – continua il tecnico bergamasco – soprattutto se gioca in mezzo a un centrocampo a quattro. In questi due anni è sempre stato un punto di riferimento in campo, per me ma anche per i compagni. Vi racconto un aneddoto che la dice lunga sull’importanza che ha all’interno della squadra: prima della finale con la Roma ho chiesto ai tre ragazzi che nel corso della stagione avevano fatto il capitano, cioè Lorenzi, Riva e Capelli, di scegliere loro a chi dare la fascia. Non ci hanno pensato due volte e l’hanno data a Morosini. E’ un ragazzo che dà sempre qualcosa in più di quello che ha. E’ un leader silenzioso, ma leader vero e in finale lo ha dimostrato». Anche Mino Favini, responsabile del vivaio orobico, ha solo parole di miele per Morosini: «Un ragazzo d’oro, che si merita tutte le fortune di questo mondo perché finora di fortuna ne ha avuta gran poca. Eppure non mi ha mai creato il ben che minimo problema. Dovrebbe essere preso come esempio da tutti i nostri ragazzi». Nato terzino destro nel Monterosso, la squadra del quartiere bergamasco dove ha mosso i suoi primi passi, Morosini è stato poi impostato come centrocampista («la vera forza dell’Atalanta è che ti mettono subito al posto giusto» spiega Mario). Cresciuto con il mito di Mancini («Ebbene sì, lo confesso: sono sampdoriano»), ha in testa un modello ben preciso («Vorrei avere la classe di Redondo e la cattiveria agonistica di Almeyda» confessa), ma soprattutto la testa ce l’ha ben piantata sulle spalle («All’Udinese vado senza troppe pretese, non posso pretendere di giocare, ma so che il tempo è dalla mia parte e che dando il massimo mi potrò togliere delle soddisfazioni»). Ora è alle prese con gli esami di maturità. «Ci tengo a prendere il diploma di ragioniere, così da potermi concentrare solo sul calcio nella prossima stagione». Già, un nuovo esame, all’Udinese, in serie A, sognando la Champions. Lassù due angeli speciali stanno già facendo il tifo.

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Commenti

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  1. Scritto da Luca

    Un grandissimo ragazzo a cui la vita ha finalmente smesso di fare carognate. L’ultima che gli ha fatto lo ha consegnato all’eternità.
    Riposa in pace

  2. Scritto da DD

    riposa in pace.. sei stato un grande.

  3. Scritto da tino

    non è un luogo comune in questo caso … i migliori se ne vanno prima forse perché hanno già raggiunto lo scopo della vita … del resto il mondo del calcio è pieno dei peggiori che rimangono…

  4. Scritto da gildo

    …non ho parole…..non lo conoscevo, ma leggendo queste righe e dopo quello che è successo oggi penso che è stato un ragazzo veramente sfortunato….mi dispiace tanto….Ritrova i tuoi cari lassù e proteggi i tuoi fratelli quaggiù……ciao Piermario