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I Counting Crows “pescano” nella storia della musica

Brani noti e altri sconosciuti nell'ultimo disco della band di Adam Duritz che rivisita piacevolmente da Dylan ai Faces. E la play list della settimana è perciò dedicata all'"isola dei famosi".

Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi ed andare al cinema;

** se non ho proprio altro da ascoltare…

*** niente male!

**** da tempo non sentivo niente del genere

***** aiuto! Non mi esce più dalla testa

ARTISTA: Counting Crows

TITOLO: Underwater Sunshine (Or What We Did on our Summer Vacation)

GIUDIZIO: ***1/2

Questa è la seconda volta che recensisco un disco dei Counting Crows in meno di un anno e le ragioni sono molto semplici: sono bravi, veramente bravi, la qualità della loro musica è cresciuta di album in album e dopo il bellissimo live dello scorso anno si ripresentano ora sul mercato con questo lavoro composto interamente da cover di brani più o meno conosciuti e registrati, quasi tutti, in presa diretta.

I Counting Crows frequentano un genere che in Italia raccoglie pochi adepti, anche se i loro fans sono ben organizzati ed agguerriti, che è quello del rock a “stelle e strisce” più classico: ballate mid – tempo di 4/5 minuti con un ritornello spesso facile da memorizzare dove le capacità del cantante sono spesso determinanti ai fini della resa finale del brano, chitarre in evidenza e tirate a lucido e piano sempre presente, qualche tocco country e rock and roll alla base di tutto.

Nel caso siamo anche in presenza di fior di musicisti, che suonano in maniera impeccabile e con un cantante Adam Duritz che forse non avrà il phisique dù ròle o il sex appeal della rock star, ma canta con un trasporto e con un cuore che hanno pochi eguali nel panorama musicale attuale.

Tuttavia questo genere non sfonda dalle nostre parti e i Counting Crows sono poco conosciuti da noi, ed è un peccato perché la loro musica è estremamente piacevole, in alcuni momenti coinvolgente e trascinante: il senso del mare, del sole, della libertà, delle corse in motocicletta sempre ben presenti.

Pare quindi, dal titolo del disco, che i Counting Crows abbiano passato l’ultima estate a cercare nella loro memoria brani di altri artisti da riproporre ai propri fans: così accanto alla rivisitazione di canzoni di autori e interpreti famosi come Bob Dylan, Big Star, Faces, Fairport Convention, Pure Prairie Lague , Travis ve ne sono altre riferite ad artisti per lo più sconosciuti, come Dawes, Sordid Humor, Roman Rye, Tender Mercies ed a brani senza alcuna notorietà ponendo, con riferimento a questi ultimi, qualche dubbio circa il termine di cover.

La circostanza che le canzoni prescelte siano state scritte nell’arco degli ultimi cinquant’anni fa pensare a un saccheggio avvenuto senza un ordine ben preciso, ma, semplicemente, pescando nella memoria di una vita, tra canzoni che hanno in qualche modo marcato l’esistenza dei componenti della band senza un preciso filo logico.

Il disco ha inizio con Untitled (Love song) di tal Roman Rye: un intro di chitarre tirate tanto da far sembrare presenti i Crazy Horse, voce in primo piano, e successiva entrata di tutta la band per un brano di grande bellezza e un assolo di organo nel mezzo da brividi. Un inizio memorabile. Segue Start Again dei Teenage Fanclub, una rilettura con sfumature country, il piano in evidenza e il banjo a sottolineare la melodia. Bello e piacevole.

Hospital di Coby Brown è più rock e benché la melodia non sia del tutto riconoscibile e memorizzabile, il risultato finale piace comunque. Mercy (Tender Mercy) potrebbe essere uscita da un disco di The Band: l’inizio è lento, la voce sofferta, soul, la melodia è perfetta, una classica american song magistralmente interpretata.

Meet on the Ledge è un brano dei Fairport Convention cantato a più voci che alterna momenti trascinanti ad altri sospesi. Una grande canzone dove l’anima rock prevale su quella folk degli interpreti originari

Like Teenage Gravity di Casey Anderson è appena sussurrata all’inizio, sino a quando il piano fa il suo ingresso dando grande spessore all’interpretazione vocale di Duritz e la melodia, di grande respiro, prende il largo e le chitarre, nervose e tirate, fanno il resto.

Amie è la rilettura di uno dei brani più noti dei Pure Prairie League, un gruppo country rock che ha conosciuto un buon successo negli anni ’80: la versione che sa tanto di falò, di vaste pianure verdi, è eccezionale, con la fisarmonica in primo piano.

Coming Around è una canzone dei Travis, un discreto gruppo scozzese che ha avuto un buon successo qualche anno fa con un singolo intitolato Sing. Il brano in questione è molto piacevole, molto pop, con riferimento principale i Beach Boys.

Ooh La La è uno dei pezzi più noti dei Faces: non appena la ascolterete la riconoscerete. La versione dei Counting Crows è meno cialtrona e più raffinata, anche se lo spirito resta quello dell’originale.

All My Failures dei Dawes è introdotta dall’organo ed è una dolce ballata interpretata, come al solito, in modo magistrale, con aperture melodiche suggestive.

Return of the Grievos Angel è del grande Gram Parson: atmosfere country, ritmo sostenuto per una versione decisamente godibile.

Four White Stallion è di Tender Mercies ed è una bella ballata basata sui fraseggi chitarristici dove qua e là fa capolino la steel guitar. La versione è possente, l’interpretazione di Duritz drammatica e spesso coinvolgente.

Jumping Jesus dei Sordid Humor ha un bel ritornello che sa tanto di movimenti pacifisti, di grandi raduni musicali. Carina e accattivante.

You Ain’t Going Nowhere è un brano abbastanza noto di Bob Dylan. La rilettura è fedele all’originale, l’atmosfera è tipicamente country, piano e banjo in primo piano, con finale in crescendo e chitarre che vagano impazzite, ma quello che sorprende ancora è la capacità di Duritz di fare propria l’altrui materia.

The Ballad of El Goodo è dei Big Star, la band del grande Alex Chilton, nei cui confronti i nostri eroi hanno sempre manifestato ammirazione. Grande interpretazione di un brano che comunque è già di alto livello nella sua versione originale.

La versione Deluxe contiene due altre bonus tracks rese dal vivo: Girl from the North Country è ancora di Bob Dylan, in un versione intima, solo voce e chitarra. Chiude Borderline che è una cover di ………Madonna, cosa incredibile ma vera. Bene, sono andato a risentirmi l’originale, una canzone abbastanza banale che nella versione dei Counting Crows rinasce a vita nuova.

Bell’album, non essenziale nella loro discografia, ma piacevole, molto piacevole, potrebbe essere l’occasione buona per conoscerli ed amarli.

Brother Giober

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PACIFICO – UNA VOCE NON BASTA ***. Sono rimasto incuriosito da un’intervista di Pacifico su Radio Capital e dagli entusiasti commenti trovati su ITunes a proposito del disco in questione. Quindi ho scaricato il lavoro che ho trovato piacevole, ottimamente prodotto e con una schiera di artisti giovani presenti come ospiti da cui probabilmente il titolo del disco. Si capisce che il cantautore cerca di uscire dal solco della tradizione melodica italiana e qualche volta ci riesce pure. I brani sono tutti di discreta fattura, manca però quello che resta nella memoria, quello che colpisce, così che il tutto risulta gradevole ma nulla più.

PLAY LIST: l’isola dei famosi

The Rolling Stones – Start me Up

Bob Dylan – Hurricane

Bruce Springsteen – Rosalita

U2: Pride (in the Name of Love)

Jimi Hendrix – All Along the Watchtower

Pink Floyd – Learning to Fly

The Beatles – Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band

Bob Marley – Is This Love

REM – So Central Rain

Led Zeppelin – Immigrant Song

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