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Yara, un’altra ricorrenza senza “la” notizia

Il corpo ritrovato un anno fa, il 26 febbraio 2011 a Chignolo d'Isola, da un appassionato di aeromodelli. Un corpo in grado di fornire una prova, il Dna, che potrebbe essere decisiva ma non lo è ancora stata.

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Gli aggettivi dovrebbero essere banditi dalla cronaca giornalistica. Ci vogliono fatti, sempre o quasi. Il problema è che anche oggi di fatti non ce ne sono. Sui giornali e in tv si torna a parlare di Yara, ma solo perchè siamo di fronte ad una nuova, "triste" ricorrenza.

Un anno fa, nel pomeriggio del 26 febbraio 2011, l’appassionato di aeromodelli Ilario Scotti, di Bonate Sotto, recuperò il suo aeroplanino fuori controllo nel bel mezzo del campo di Chignolo d’Isola, in fondo a via Bedeschi. Vide qualcosa di scuro in mezzo all’erbaccia alta un metro e ancora un po’ gelata. "Un manichino…" pensò. No. Era il corpo di Yara, con addosso il giubbetto e i leggings scuri che indossava quando sparì, il 26 novembre, tre mesi prima. Poi l’immagine di quel volto di bimba scarnificato, la chiamata immediata al 113 e nel giro di un paio d’ore via Bedeschi invasa dai vertici delle forze dell’ordine, dai migliori investigatori d’Italia, dalle telecamere di ogni televisione e dai taccuini di ogni giornale.

Yara supina, le braccia allargate, le gambe leggermente divaricate, come se non si fosse mai mossa dal momento in cui era stata abbandonata lì, come se fosse stata portata in quel campo già inerme. Non un cenno di rannicchiamento.

C’erano fatti oggettivi su cui ragionare, lavorare, c’erano i primi deboli indizi e c’era una grande aspettativa da parte di tutti, stampa, pubblico, investigatori e parenti più stretti di Yara Gambirasio: quel corpo parlerà, quel corpo darà una soluzione. Quel corpo ha parlato. Yara, con lo sguardo al cielo in quel campo di Chignolo d’Isola, ha tenuto su di se per tre mesi, avvolta dal gelo e molto probabilmente dalla neve, la prova di tutte le prove: due tracce di Dna corrispondenti alla stessa persona, un uomo, sia sulle mutandine sia sui leggings neri che le piacevano tanto. Una prova, quella del Dna, che è importante per qualsiasi indagine e a maggior ragione lo è per un caso investigativo difficile, senza altri punti d’orientamento e riferimento.

Un anno dopo l’aspettativa è rimasta tale. Non si è mai indebolita, perchè ogni minima notizia sui possibili sviluppi delle indagini solleva sempre la massima attenzione. Ma di aspettativa si tratta. Quella traccia di Dna non ha avuto una corrispondenza di risultati, nonostante 13 mila profili genetici prelevati a Brembate Sopra e non solo. "Stiamo facendo un lavoro monumentale…" ha dichiarato pochi mesi fa il sostituto procuratore Letizia Ruggeri, titolare delle indagini. E’ vero. Nessuno ha mai messo in discussione la massiccia dose di impegno e di risorse messa in campo per le indagini. Ma più passano i giorni e più si analizzano invano migliaia di profili genetici, più il giallo si infittisce e la domanda si fa insistente: chi è l’assassino di Yara?

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