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Al Polaresco l’avanguardia africana dei Mombu

Mombu è il nuovo progetto di Luca Mai (ZU) e Antonio Zitarelli (Neo) che dopo la collaborazione negli Udus decidono di cimentarsi in un progetto che unisce soluzioni musicali di matrice africana con la ‘violenza’ sonora cara ad entrambi.

Dietro ai Mombu si celano l’eclettico Luca T.Mai, sassofonista (e per molti frontman) degli Zu e Antonio Zitarelli batteria dei Neo. Sorgendo da un minimalismo cupo, teatrale e avanguardistico, la loro è una sintesi originale e atipica di afrobeat, jazz acido, grind e doom. Mombu è un immersione nell’ Africa tribale e primordiale. L’arte che assume una funzione magica, rituale, di suggestione immediata. Le otto tracce di Mombu appaiono come spilli inseriti in una bambolina vudù collegata alla nostra coscienza, aghi che lentamente sentiamo penetrare dentro di noi. Musica “voodoom” dunque. Fiumi di note da riempire la savana intera. Un ascolto spesso frammentato. Se pensate che ciò che si va ad ascoltare non sia altro che frutto d’improvvisazione, nato durante sperimentazioni casuali, siete del tutto fuori strada. Gli stessi Luca e Antonio in una recente intervista hanno dichiarato che tutto ciò che si trova in Mombu è stato studiato, contemplato, scritto e nulla lasciato al caso. Lo studio di Antonio delle percussioni africane, emerge pienamente nella continuità ritmica e mai sincopata di batteria e bonghi. Il sax di Luca non lascia mai scoperti angoli vuoti e riempe in modo violento, tagliente e discordante ogni singola traccia. Il grande valore di quest’opera, oltre all’avanguardismo concettuale, risiede nel presentare, con l’utilizzo di solo due strumenti, delle sonorità uniche e frutto di studi, ricercatezza e probabilmente anche un pizzico di follia. Una sorta di forza arcaica permea questo disco. Un’opera ardita e originale sconsigliabile a coloro in cerca di ascolti facili e che solo due figure geniali come Luca e Antonio, altamente preparate a livello tecnico, avrebbero potuto sfornare.
Mombu mantiene viva l’atmosfera da giorno del giudizio messa in scena in Doomood e prima ancora in tutta la discografia dei progetti principali, ma vi aggiunge elementi che ne caratterizzano fortemente la proposta. Innanzitutto il senso, che si fa quasi ossessione, per le poliritmie d’origine afro che segnano trasversalmente tutto l’album caratterizzando l’assalto all’arma bianca della solita centrifuga jazz-core-metal. L’immaginario sonoro al calor bianco del duo si veste così di un’ aura “altra”, fatta di magia nera e tribalismo, come un voodoo indemoniato messo in scena da bianchi europei posseduti dallo spirito di Coleman e Fela Kuti o da un Brotzmann direttore delle orchestre Congotronics mentre si coverizza Chaos A.D. dei Sepultura. Un maelstrom ancor più sorprendente se si pensa che è inscenato col solo ausilio dei fiati di Mai e della batteria di Zitarelli: il primo mai come ora sciamanico e debordante, trascinatore tra gorgheggi, sbuffi, slanci e aggressioni strumentali; il secondo abile a mettere in pratica l’apprendistato in percussioni africane, tessendo un tappeto (poli)ritmico d’altissimo livello, vario, mobile, coinvolgente.

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