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Riqualificazioni industriali avanti piano, quasi ferme

Viaggio tra i progetti di riqualificazioni industriali in provincia di Bergamo. Alcuni sono falliti, altri realizzati a metà. Le cause? Mancanza di idee, l'assenza di rischio, poco credito e troppa burocrazia.

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Capannoni dismessi, aree abbandonate, ciminiere come campanili muti. La riqualificazione industriale a Bergamo è a un punto fermo. O, se si è mossa, l’oscillazione è stata minima. L’allarme lanciato da Ferdinando Uliano della Fim Cisl per l’ex Indesit di Brembate solleva un velo sull’intera situazione bergamasca. Accordi di programma realizzati a metà, progetti di riqualificazione mancati o non completati per l’ex Indesit di Brembate, la Pigna ad Alzano, la EuropeYarn di Rovetta, il Kilometro Verde di Ponte Nossa, l’Honegger di Albino e la Comital di Nembro. Solamente per citare alcuni casi.

Accompagnati da alcuni sindacalisti abbiamo svolto un viaggio tra questi siti industriali e al termine le conclusioni da loro tracciate sulla riqualificazione industriale si possono così sintetizzare: mancanza di imprenditori che rischiano con nuove idee o progetti; un sistema bancario che non apre i rubinetti del credito; una burocrazia troppo farraginosa; la mancata elasticità delle amministrazioni comunali a capire il cambiamento e ad agevolare il sistema produttivo. Correva l’anno 2009 quando alla Europeyarn di Rovetta – che aveva metà dei 102 dipendenti in cassa straordinaria – si inizia a parlare di riqualificazione. “Il progetto prevedeva la riconversione dell’area in commerciale ed artigianale – racconta Severo Legrenzi della Femca Cisl –. Dapprima sono stati creati dei lotti ed alcuni artigiani hanno trovato una sede”. Dei 102 dipendenti della Europeyarn alla fine solamente una manciata ha trovato un nuovo lavoro. Quanti? “Poche decine” risponde Marco Tullio Cicerone, segretario provinciale della Uil.

È il 2008 quando il Cotonificio Honegger di Albino dichiara 240 esuberi su 390 dipendenti di allora, garantendo il posto di lavoro a 130 persone. Nell’accordo di programma firmato a novembre del 2008, poi ratificato nel 2011, il gruppo Lombardini si impegnava ad assorbire 150 dipendenti in un centro commerciale da realizzare su parte dell’area di proprietà dell’azienda. È di poche settimane fa la rinuncia di Lombardini “non ci sono più le condizioni per aprire un’attività commerciale”, mentre per i 378 dipendenti, dopo che a fine 2011 è terminato il periodo di cassa straordinaria a rotazione, al nuovo Cotonificio Honegger hanno ripreso a lavorare 116 persone.

Che cosa sta succedendo? “È una crisi generalizzata che colpisce tutti e gli accordi di programma non vengono portati a termine perché mancano le condizioni per il rilancio, per la ripresa – afferma Enio Cornelli della Filctem Cgil –. Di aree dismesse ce ne sono parecchie in Val Seriana, penso alla Crespi di Nembro. Senza contare le aziende che hanno chiuso, per esempio la Geteca di Ponte Nossa, ma ripeto: la lista è lunga”.

Che cosa è mancato per il rilancio industriale? “In Val Seriana i progetti di rilancio sono rimasti al palo, carta morta – aggiunge Cornelli –. Le motivazioni vanno ricercate nella mancanza di progetti da parte di imprenditori, nella poca apertura al credito da parte delle banche e in una burocrazia che blocca, rende tutto molto più complicato. Prendiamo la Honegger, il progetto di Lombardini era del 2008, tra permessi e tempi di realizzazione sono passati 4 anni. Troppi e nel frattempo le condizioni economiche sono radicalmente cambiate. Ora aspettiamo che arrivi un imprenditore coraggioso che tenti una nuova carta”. A proposito di carta c’è il caso Pigna. “L’accordo sindacale in Pigna alla fine è andato bene, anzi alcuni lavoratori sono stati ricollocati di nuovo in azienda – afferma Gigi Pezzini, segretario generale della Fistel Cisl –. Certo se si considera che è stata chiusa la produzione della cellulosa è stata una perdita, ma l’intera area sta vivendo una nuova possibilità nel terziario e per l’artigianale”. “Sì, l’unico progetto che sta marciano nel senso giusto è quello legato alla Pigna – conferma Marco Tullio Cicerone della Uil –. Altri progetti ci hanno escluso come sindacati, penso al Kilometro Verde di Ponte Nossa”.

Il progetto del Kilometro Verde, complesso ed articolato, si estende sull’area dell’ex Cantoni, di proprietà del gruppo Inghirami, per circa 77mila metri quadrati. A stenderlo è il Comune di Ponte Nossa che ha coinvolto Regione e punta a riportare in un’area dismessa industrie che potrebbero utilizzare l’energia prodotta dalle due centrali idroelettriche. Il nome Kilometro Verde evoca l’immagine di un progetto che vuole portare in Val Seriana formazione, innovazione e industrializzazione.

“Sono operazioni interessanti, ognuna per il suo verso ha qualcosa di affascinante anche se poi non riesce a realizzarsi e rimane sulla carta – osserva Cicerone –. A pesare principalmente è la situazione economica mondiale. Poi ci sono gli imprenditori che non osano più, non rischiano con idee nuove. A questo si aggiunge un sistema bancario rigido che difficilmente investe su una proposta nuova se non ha garanzie sufficienti, ed infine c’è il ruolo del pubblico”.

Troppa burocrazia? “Non solo – risponde il segretario provinciale Uil –. Occorre che si aprano dei canali privilegiati per snellire le procedure, per alleggerire i costi degli oneri edilizi in caso di riqualificazione industriale. Per esempio, nell’ex Indesit di Brembate il nuovo investitore chiede la possibilità di produrre pallets e di avere un impianto di smaltimento del legno. C’è tutta una procedura lunghissima da seguire in Regione Lombardia che ha penalizzato la società costretta a perdere un’importante commessa di lavoro. In queste condizioni è difficile ripensare ad una riqualificazione industriale. Nel rispetto delle leggi e delle normative, dobbiamo essere più snelli, più agili e consentire alla nostra economia di adattarsi alle esigenze del lavoro e del mercato”.

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Commenti

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  1. Scritto da MAURIZIO

    Cito dall’articolo : “…nell’ex Indesit di Brembate il nuovo investitore chiede la possibilità di produrre pallets e di avere un impianto di smaltimento del legno. C’è tutta una procedura lunghissima da seguire in Regione Lombardia che ha penalizzato la società costretta a perdere un’importante commessa di lavoro. In queste condizioni è difficile ripensare ad una riqualificazione industriale”.
    Lo sviluppio manca anche perchè o sopratutto perchè i politici non sono in grado e non vogliono fare lavorare LIBERAMENTE la società civile. Punto.

  2. Scritto da Cicce Fraina

    Il capitalismo sta esaurendosi e la pochezza della classe dirigente,di cui la classe imprenditoriale ne fa parte, non se ne accorge o fa finta di non accorgersene.Qualche decennio fa quando il progresso stava avanzando a passo di corsa si diceva che saremmo diventati un “società di servizi”,pochi avrebbero provveduto ai bisogni materiali di tutti e ci saremmo occupati tutti in prevalenza di servizi,attività non direttamente produttive,in realtà i “dirigenti” hanno provveduto ad impadronirsi della maggior parte delle risorse,si sono tolti tutti gli sfizi (bunga bunga compreso)e si sono disinteressati di tutto il resto praticando solamente tante chiacchiere.O si cambia registro o finisce male

  3. Scritto da Svizzera

    Imprese famigliari con imprese sottocapitalizzate e dirigenti (parenti) poco competenti e famiglie con sufficienti soldi in Svizzera per avere il tenore di vita garantito con o senza attività produttive.
    Un pò di tavoli di concertazione per dare visibilità e mantenere il posto a sindacalisti e politici.
    Tutti gli altri col cu.. per terra.

  4. Scritto da cives

    ritengo che vada prima di tutto ricollocato il lavoro nel suo ruolo, quale attività tesa al miglioramento della qualità della vita collettiva e il denaro quale semplice strumento e non quale fine. Da questo ripensamento critico ne potrebbe uscire che alcune aree industriali dismesse forse andrebbero opportunamente rinaturalizzate. Comunque ogni comunità deve sapere darsi prima di tutto degli obiettivi di qualità e quindi poi, solo poi!!!, programmare le attività per il loro raggiungimento anche con la riconversione di aree industriali dismesse. Dovremmo dire basta al lavoro magnanimamente concesso dallo stato o dai disinteressati imprenditori.

  5. Scritto da diletta

    come al solito, tanti annunci, tanti tavoli e poi per i lavoratori tanta fuffa