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Omaggio a Bob Dylan: 73 canzoni per Amnesty

In un quadruplo cd la produzione del menestrello di Duluth riletta con rispetto e amore. La play list della settimana, manco a dirlo, è dedicata alle "cariatidi" del rock.

ARTISTA : AA.VV.

TITOLO: Chimes of Freedom: songs of Bob Dylan

GIUDIZIO: ***1/2

Questo è un disco che riporta l’ascoltatore indietro di qualche anno. Non solo per i suoi contenuti, ma anche perché è contagiato da un’atmosfera rintracciabile in molti lavori dei decenni passati persa con il passare degli anni.

Intendo dire che vi è in quest’opera un fine, un coinvolgimento dei partecipanti, una coralità che non può non emozionare. E in più… i contenuti, certo non da meno.

Ma andiamo con ordine. Il disco celebra i 50 anni di Amnesty International, l’associazione che, con riscontro mondiale, tutela i diritti degli uomini in ogni parte del globo e che è riuscita in questi anni grazie alla sua attività di sensibilizzazione a ridare la libertà a migliaia di prigionieri politici, a sospendere pene capitali, a dare la parola ai dissidenti nei paesi dove vigono regimi autoritari. Grazie alla sua costante attività, l’associazione è stata insignita del premio Nobel e, oggi, vanta sostenitori in ogni parte del mondo. In particolare gli incassi della vendita di questo disco saranno utilizzati per sostenere alcune campagne a difesa della libertà di espressione.

Per celebrare l’evento, gli ideatori dell’iniziativa hanno pensato di rispolverare la monumentale produzione di Bob Dylan, ovvero l’artista che dell’integrità ha fatto il proprio tratto distintivo e che ha avuto sempre ben presente nei suoi testi e nelle sue azioni i bisogni delle persone meno fortunate e la tutela di quelle vittime del pregiudizio. Per realizzare il disco (quadruplo) sono stati chiamati a raccolta numerosi artisti, alcuni molto famosi, altri meno e alcuni per nulla.

Così i generi di provenienza sono assai diversi tra loro: c’è chi ha navigato e naviga tutt’ora nel rock, chi nel blues, chi nel soul e chi nel jazz.

Tutti hanno collaborato gratuitamente: i produttori, i grafici, i tecnici. Ogni canzone rappresenta una cover inedita, fatto salva la versione della canzone che dà il titolo all’album resa dallo stesso Dylan.

Devo dire che il risultato finale è molto superiore a quelle che erano le mie attese e ciò è attribuibile, da un lato, al rispetto che i giovani artisti hanno dimostrato nei confronti delle opere del “maestro”, rispetto che ha permesso, nella maggior parte dei casi, di evitare lo scempio dell’originale per dimostrare la supremazia di un genere musicale diverso o l’unicità dell’esecutore. Dall’altro anche le star presenti hanno approcciato la materia con umiltà, rispettosi dell’opera di Dylan, limitando in molte occasioni il proprio ego a vantaggio dell’omogeneità del progetto.

Ovvio che non è possibile analizzare ogni singolo brano (in tutto sono 73), ma preliminarmente va precisato che alcune delle sorprese migliori le riservano proprio gli artisti meno conosciuti o quelli la cui fama è strettamente legata ad un ambito circoscritto.

Venendo ad una più approfondita analisi. L’inizio è stupendo: Johnny Cash con gli Avett Brothers ( il duo è “virtuale”) ci offre una versione country, priva di sorprese ma ugualmente splendida di One Too Many Mornings. Sarò un nostalgico ma ogni volta che ascolto Cash, penso sempre che sia stato uno dei più grandi e sentirlo mi dà sempre una grande emozione.

Non finisce di stupire Patti Smith che, a sessant’anni suonati, coinvolge l’ascoltatore con una versione assai convincente (e rock) di Drifter’s Escape, un brano da John Wesley Harding che rivive sotto una nuova luce. Non conosco i Rise Against ma la loro versione hard di Ballad of Hollis Brown mi piace, la trovo molto spontanea.

Bella senza alcuna titubanza è l’interpretazione di un altro mostro sacro, Pete Townsend, che di Corrina Corrina dà una versione intima, rispettosa, che intriga. Uno dei migliori momenti del disco. Ad altissimo livello anche la performance di Betty Lavette che con la sua voce sulfurea flirta con il blues e il soul in Most of Time.

Difficile in dischi come questi scegliere il brano più bello, quello meglio eseguito. Il gusto di ognuno è sacro, la preferenza di un genere piuttosto che di un altro gioca un ruolo fondamentale. Ma io non ho dubbi: la versione di Diana Krall di Simple Twist of Fate è da brividi: solo voce (a volte solo un sussurro) e piano per un emozione che più pura non si può. Straordinaria!

Senza sorprese e, purtroppo emozioni, è la versione di Blowing in the Wind di Ziggy Marley. Mi piace e trovo trascinante la versione di Changing of the Guards, testimonianza del periodo religioso del nostro (e anche di uno tra i più interessanti dal punto di vista musicale), Gaslight Anthem. Certo il fantastico coro gospel e l’organo della versione originale qui mancano però i nostri si danno da fare.

Non conosco i Silversum Pickups, ma la loro No Dark Yet è avvolgente e per certi versi affascinante. Mentre è molto bella You’re a big Girl Now dei bravi My Morning Jacket protagonisti di una versione minimale ma molto convincente. Qui lo spirito di Dylan è presente in ogni singola dei nota. Ammetto: Sting mi sta antipatico, non lo sopporto. Tanto l’ho apprezzato quando suonava nei Police, tanto lo disdegnato nella sua carriera solista e trovo le sue incursioni nella musica cosiddetta colta, piene di presunzione. Ovvio, questione di gusti, se la maggior parte del mondo lo ama, qualche ragione ci dovrà pur essere, ma a me sfugge. Sta di fatto che a me non piace e faccio fatica ad arrivare alla fine dell’ascolto di Girl from the North Country.

Neppure è tra i miei favoriti Mark Knopfler, ma qui il giudizio è diverso. Quest’ultimo è sempre stato un fan di Dylan e sempre lo ha considerato tra i suoi principali ispiratori. A testimonianza di tali sentimenti vi sono alcune date di concerti fatte insieme negli ultimi mesi. La cover di Restless farewell è molto, molto bella, cantata con trasporto e suonata magnificamente. Un impianto stereo di qualità sarebbe in grado di cogliere ogni sfumatura armonica. Pur comprendendo lo forzo di Lenny Kravitz di essere credibile, la sua versione da sagra di paese di Rainy Day Women non mi convince per nulla.

One More Cup of Coffee è offerta in un’ interpretazione che sa tanto di frontiera da quel vecchio rocker di Steve Earle. Bella e struggente, la canzone è impreziosita da una seconda voce femminile e dal violino di Lucia Micarelli. Un altro dei momenti più alti del disco. Anche Blake Mills da il suo buon contributo con una bella versione di Heart of Mine, veramente centrata. Miley Cyrus è perfettamente a suo agio con You’re Gonna Make me Lonesome, in una versione solo acustica ottimamente cantata.

L’occasione è propizia anche per rispolverare qualche vecchio militante oramai dimenticato: ecco dunque Billy Bragg, cantautore “combat”, che nel passato ha, in molte sue scelte, ripercorso le vie di Dylan. Qui è in un’ottima versione di Lay Down Your Weary Tune: acustica, solo chitarra, con il contributo di alcuni cori in sottofondo assai convincenti. Bentornato Billy.

Non volendo essere da meno rispetto alla sua gentile consorte, anche Elvis Costello dà una grande prova: la sua versione gospel di License to Kill stupisce e resta nella mente e nel cuore. Puro soul nel senso più vero del termine. Non so proprio cosa aspettarmi dai figli della coppia Costello – Krall, se il dna non mente! Carina è Lay Lady Lay di Angelique Kidjo. Il compito era arduo ma la resa finale è più che accettabile, quasi a cappella, con un accompagnamento sonoro minimale, il tutto affascina.

Convince anche il vecchio Jackson Browne: la sua versione di Love Minus Zero/No limit è molto vicina, stilisticamente, al periodo di The road; la vicinanza tra l’autore e l’interprete è percepibile in ogni nota. Capisco che John Baez abbia dei diritti acquisiti sul nostro e un credito di riconoscenza, ma il passare oltre nell’ascolto non nuoce al giudizio finale di questo disco.

Non è niente male Mr Tambourine Man: affidarne l’esecuzione ad un gruppo sconosciuto, per lo meno per me, come i Jack’s Mannequin poteva essere un azzardo, ma i casi sono due: o il pezzo è talmente bello da essere impossibile rovinarlo (ma alcuni tentativi del passato testimoniano il contrario) o gli esecutori sono bravi e a me sembra che questa sia la verità.

Io ho un debole per Adele, la trovo straordinaria e benché distante dal mondo di Dylan riesce a offrire la solita interpretazione magistrale con Make You Feel My Love: solo voce e piano per tre minuti che vanno gustati sino in fondo. Un altro cavallo di battaglia del nostro, I Want You, è affidata alla, per me, sconosciuta Ximena Sarina che ne dà invece una bella versione, più leggera dell’originale ma buona in definitiva.

Ed ecco un altro che era “sparito”: Neil Finn, mente dei Crowded House e autore di alcuni importanti successi pop come Don’t Dream It’s Over, era forse meglio rimanesse ancora un po’ in naftalina. La sua versione di She Belongs to Me è da dimenticare mentre è molto bella la successiva Bob Dylan’s dream di Brian Ferry, un artista stilisticamente distante da Dylan anche se protagonista nel passato di un album tributo alla sua musica. Grande interpretazione.

Just Like a Woman è affidata a Carly Simon e il risultato non dispiace. Solo piano e voce ma il coinvolgimento è sincero. I Floggyng Molly rileggono uno dei brani più famosi: The Times They Are A- Changing. L’interpretazione gronda di ritmo, le atmosfere sono “Irish” e il tutto è irresistibile. Prendete un po’ di Pogues, di Dexys Midnnight Runners, e di Chieftains e il gioco è fatto. I Fistful of Mercy sono un gruppo formato da Dhani Harrison, Ben Harper, e Joseph Arthur: la loro Buckets of Rain è gradevole ma nulla di più, anche se era lecito aspettarselo, visto il loro curriculum.

Una sorpresa è invece Man of Peace di Joe Perry, molto “rockkata” e travolgente. It’s All Over Now Baby Blue è affidata ai Bad Religion: difficile rovinare un pezzo così bello ma loro ci riescono e senza grande sforzo, pare…

Un’altra “perla” è quella dei Chemical Brothers: la loro Desolation Row è talmente brutta che dovrebbe convincere Amnesty International a rivedere alcuni sue convinzioni sulla libertà di espressione.

Senza pretese ma gradevole è la versione di Knockin’ on Heaven’s Door di RedOne, attento a non rovinare una canzone che è impossibile rendere più bella rispetto alla versione originale. Sinéad O’ Connor è un’altra artista di cui non sentivo mancanza anche se la sua versione di Property of Jesus, ammetto, non è niente male. Un po’ folk, un po’ “ambient” e “combat”, il risultato finale è assai piacevole.

Mi sembra che Ke$ha sia una cantante pop di grande successo con alle spalle un repertorio molto leggero, alla Lady Ga Ga tanto per intenderci. Beh se è così, tanto di cappello: la sua Don’t Think twice, It’ s All Right è coraggiosa e da brividi. Brava! Dovrò chiedere scusa a mia figlia per alcuni pochi lusinghieri commenti fatti nel passato.

La versione solo strumentale del medesimo brano viene offerta dal Kronos Quartet: noia assoluta, passare oltre, salvo che ci si voglia atteggiare ad intellettuale. Una delle ultime disgrazie dell’industria discografica, i Maroon 5, ci forniscono invece una discreta versione di I Shall Be Released: temevo il peggio è invece il pericolo è scampato.

Bella ed originale invece l’esibizione dei Carolina Chocolate Drops in Political World. “Prezzemolo” Seal e Jeff Beck (strano connubio) rileggono Like a Rolling Stones: certo ad avere nelle orecchie l’originale il confronto è nettamente perdente e la versione meno travolgente, però i due si impegnano e alla fine regalano un prodotto apprezzabile certo facilitati da un brano che non ha eguali…

One of Us Must Know interpretata da Mike Hucknall è molto bella e benché il cantante dei Simply Red frequenti lidi musicali assai diversi, il risultato è convincente tanto che in alcuni passaggi sembra proprio di sentire cantare Dylan. La Dave Matthews band si esibisce in una versione inizialmente rallentata di All Along the Watchtower che termina in un crescendo che tuttavia poteva essere assolutamente evitato. Un’occasione persa.

Michael Franti (Subterranean Homesick Blues) può tranquillamente continuare a cantare con Jovanotti con lui è divertente qui molto meno. Lucinda Williams è la fuoriclasse di sempre: la sua versione minimale di Tryin’ to Get to Heaven colpisce per profondità e per l’interpretazione sofferta e commuove. Un altro vecchio leone come Kris Kristofferson si esibisce al meglio in Mighty Queen: ma si sa, gioca in casa e dimostra di conoscere perfettamente la materia.

Prima della fine mi piace segnalare I’d Have You Anytime interpretata con sensualità dall’attrice Evan Rachel Wood: il contorno è jazzato e la voce pur se non memorabile è perfetta per la versione proposta. Mille miglia lontano dal nostro ma in fin dei conti una sorpresa. E ancora Forever Young interpretata da Pete Seeger, è divertente. Il nostro nonostante i quasi, credo, 90 anni, dimostra di avere ancora una grande vitalità.

Tutto bello o quasi. Il disco dura quasi 5 ore, un omaggio di alcuni dei più grandi musicisti viventi a quello che forse può essere considerato il più grande di tutti. Personalmente ringrazio i curatori di aver evitato la “Carrambata” di far partecipare alla registrazione il figlio Jakob, che comunque vive di luce artistica propria. Credo che anche chi ama svisceratamente Dylan potrà apprezzare questo disco. Il prezzo per l’acquisto è abbastanza alto però forse ne vale la pena per i contenuti e per i fini.

Brother Giober

Se non ti basta ascolta anche:

The Band – The Band

Bruce Springsteen – Devils and Dust

Neil Young – After the Gold Rush

Legenda Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi ed andare al cinema;

** se non ho proprio altro da ascoltare…

*** niente male!

**** da tempo non sentivo niente del genere

***** aiuto! Non mi esce più dalla testa

Altro (dischi dimenticati, nascosti, ma meritevoli di menzione, oppure no)

Paul McCartney – Kisses on the Bottom: ***1/2 Sono stato a lungo in dubbio se riservare al nostro la recensione centrale o meno. Il disco è molto buono, di grande classe. Partecipano Stevie Wonder, Eric Clapton e Diana Krall. Il repertorio è quello di alcuni grandi classici del XX secolo, “pre-rock era”. Che dire? Piacevole, in alcuni casi incantevole, ma chi ha amato i Beatles o anche solo gli Wings forse si aspetta qualcosa di più.

Ringo Starr – Ringo 2012: *** Non vi tedierò con i soliti luoghi comuni circa la simpatia del nostro o la sua fortuna sfacciata o la sua capacità di riunire nei suoi dischi grandi musicisti. Il disco è gradevole, le canzoni sono leggere leggere ed il clima molto “sixties”

First Aid Kit – The Lion’s Roar: **** Se non fosse perché trattasi di disco scarsamente distribuito meriterebbe ben più spazio. Le due protagoniste sono svedesi, i riferimenti principali quelli di Joni Mitchell, James Taylor e il folk inglese. Le melodie sono in alcuni casi straordinarie, le voci memorabili. Un disco da comprare… a trovarlo. Su I.tunes si può, ma forse anche nel più noto negozio di dischi di Bergamo, se lo ordinate.

PLAY LIST : CARIATIDI! (gallina vecchia fa buon brodo… non sempre)

Willie Nelson – Remember Me

Rod Stewart – These Foolish Things

Tony Bennet – Body and Soul

Jimmi Buffet – He Went to Paris

Carole King – My Favorite Things

America – On the Way Home

Jackson Browne – You Know the Night

Neil Young – Walk with Me

Etta James – The Dreamer

Guy Clark – L.A. Freeway

Commenti

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  1. Scritto da sara

    un po’ vecchiotto sì, ma sempre affascinante

  2. Scritto da mario

    carissimo GIOBER, ho letto il tuo articolo e ti ringrazio per la gratuita cultura musicale che ci trasmetti.