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Giustizia per morti d’amianto condannati i due manager

Il tribunale di Torino ha giudicato colpevoli di disastro doloso e omissione dolosa di misure infortunistiche i manager Eternit Stephan Schmidheiny e Louis De Cartier De Marchienne; la condanna prevede 16 anni di reclusione e ingenti risarcimenti per gli enti coinvolti e le famiglie delle vittime.

Dopo lunghi anni di lotta e sofferenza, i cittadini di Casale Monferrato possono dire di aver finalmente avuto giustizia: il 13 febbraio è stato emesso il verdetto del processo Eternit. Il magnate svizzero Stephan Schmidheiny, 65 anni, e il barone belga Louis De Cartier De Marchienne, 91 anni, sono stati condannati a 16 anni di reclusione per disastro doloso e omissione dolosa di misure infortunistiche. Una sentenza che non riporta in vita le 1830 vittime legate alla contaminazione da amianto – causa dell’incurabile tumore della pleura (mesotelioma) – ma che permette ai parenti e concittadini delle vittime di andare avanti, con la consapevolezza che i responsabili della tragedia sono stati punti.

La condanna vale per i reati commessi negli stabilimenti piemontesi di Casale e Cavagnolo (dal 1999 in poi), mentre quelli precedenti – riferiti agli stabilimenti di Bagnoli (Napoli) e Rubiera (Reggio Emilia) – risultano caduti in prescrizione. Oltre alla reclusione, la sentenza ha stabilito una lunga lista di risarcimenti, che coinvolgono privati e enti che sono stati coinvolti nella vicenda e danneggiati dall’amianto. 100 mila euro ai sindacati, 4 e 25 milioni a – rispettivamente – il Comune di Cavagnolo ed a quello di Casale, 15 milioni all’Inail, 5 milioni all’Asl, 20 milioni alla Regione Piemonte.

A ciascuno dei parenti delle vittime – parte civile del processo – sono stati accordati 30 mila euro, per un totale stimato attorno ai 95 milioni. Romana Blasotti Pavese, presidente del Comitato vittime dell’amianto, riceverà un risarcimento di 50 mila euro, mentre all’Associazione vera e propria andranno 100 mila euro. Altri risarcimenti sono stati riconosciuti ad ulteriori sindacati, a Medicina democratica ed alle associazioni ambientaliste.

Il tribunale di Torino – dove è stata pronunciato il verdetto – ha accolto circa 1500 persone giunte da tutta Italia per essere presenti all’ultimo atto di un’estenuante e lunga lotta per la giustizia: solo da Casale sono arrivate 900 persone. Sergio Bonetto, l’avvocato che ha rappresentato circa 300 parti civili, ha commentato: "Finalmente c’è l’accertamento di una situazione che denunciamo da 30 anni: quello che è avvenuto è accaduto per responsabilità di qualcuno: si è passati da una voce alla certezza giuridica".

Questa sentenza è stata anche il frutto della tenacia e della determinazione dell’intera comunità di Casale Monferrato. Infatti a dicembre era stato chiesto al Comune di ritirarsi dal processo in cambio di 20 milioni di euro; seppure il sindaco ed altri membri dell’amministrazione erano stati sul punto di accettare, la perseveranza dei parenti delle vittime ha permesso di rifiutare la proposta degli avvocati del magnate svizzero e di giungere quindi alla sentenza finale.

Commenti

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  1. Scritto da Carlo

    Cinquant’anni fà il mio professore di diritto penale ci diceva che, di norma, una sentenza “esemplare” non è mai giusta e che una sentenza “giusta” non è mai esemplare: speriamo che questa di Torino sia l’eccezione che conferma la regola !