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Yara e il gip, il caso Fikri in 484 pagine

L'archiviazione del piastrellista non ruota solo attorno ad un paio di telefonate e traduzioni dubbie: nel fascicolo inviato dal pm al giudice ci sono intercettazioni mai contestate e molti dati sui primi 11 giorni di indagini.

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Le pagine sono 484, nelle quali vi sono racchiusi tutti i primi 11 giorni di indagine: dalla prima telefonata ai carabinieri con l’allarme della mamma perchè Yara Gambirasio non rientrava a casa, il 26 novembre 2010, fino alla scarcerazione di Mohamed Fikri, il 7 dicembre. Quel volume di atti, documenti, intercettazioni, verbali di interrogatorio, rilievi scientifici al cantiere di Mapello, è quel che il magistrato ha prodotto per consentire al giudice delle indagini preliminari Vincenza Maccora di decidere al meglio: archiviazione per Fikri o nuove indagini anche sul piastrellista marocchino.

Per l’ampio pubblico del caso Yara, Fikri è sempre stato l’uomo arrestato per sbaglio, per un errore di traduzione di una sola frase pronunciata al telefono. Entrò in carcere perchè secondo alcuni traduttori aveva detto "Allah mi perdoni, non l’ho uccisa io". Ne uscì due giorni dopo perchè secondo altri periti le sue parole erano state "Allah fa che risponda, non ho ucciso nessuno…" quasi un’imprecazione pronunciata mentre attendeva la risposta di un conoscente. Il grande pubblico sa bene, inoltre, che in un’altra telefonata, alla fidanzata, il piastrellista magrebino disse "l’hanno uccisa davanti al cancello", ma quella frase non gli fu mai contestata in sede di interrogatorio perchè, secondo il pm, erano parole che il "Fikri Mohamed" pronunciava in un preciso contesto. Quale? Forse del cancello gli avevano parlato poco prima i carabinieri, quando lo chiamarono in caserma per ascoltarlo alcune ore, il giorno prima del fermo.

Vista così la pratica per l’archiviazione dell’unico indagato di uno dei più grandi gialli bergamaschi ed italiani dovrebbe giocarsi su un paio di conversazioni telefoniche. Ma non è così semplice. 484 pagine di documenti, altro che due telefonate. E’ davvero difficile aspettarsi che il giudice possa riaprire concretamente le indagini su un piastrellista che il pubblico ministero ritiene innocente ormai dal 7 dicembre del 2010. Ma è altrettanto vero che le circostanze del fermo in alto mare e del rilascio due giorni dopo non hanno mai avuto un’evoluzione particolarmente chiara, almeno per i lettori, per il pubblico (senza per questo voler sollevare polemiche "politiche"). Ora tocca al gip, che potrà studiare al meglio il parere dei traduttori delle frasi pronunciate al telefono, ma soprattutto rileggere i colloqui del piastrellista con i carabinieri, avere accesso a intercettazioni telefoniche (sembra siano tante) che in una prima fase non erano state inserite nella documentazione per la richiesta di archiviazione. C’è poi tutto il contesto del caso: l’arrivo dei carabinieri al cantiere, i telefoni di tutti gli operai e artigiani messi sotto controllo, i colloqui dei carabinieri con il datore di lavoro del piastrellista. Dalla scomparsa della ragazzina al fermo dell’immigrato: c’è di tutto in quelle 484 pagine, c’è tutta l’impostazione delle indagini dei primi 11 giorni, ci sono quelle indagini che sembravano aver preso una piega decisiva. Sembravano. Perchè poi tutto non è più sembrato come prima: la stessa procura smentisce ormai categoricamente che il cantiere di Mapello possa c’entrare qualcosa con la scomparsa e l’omicidio di Yara.

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