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Rossi, Pd: “Serve un nuovo patto sociale”

Pubblichiamo l'intervento di Matteo Rossi, consigliere provinciale del Pd, in merito al dibattito in corso sul bisogno di un nuovo patto sociale, soprattutto in Lombardia, in particolare sul modello di welfare.

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Pubblichiamo l’intervento di Matteo Rossi, consigliere provinciale del Pd, in merito al dibattito in corso sul bisogno di un nuovo patto sociale, soprattutto in Lombardia, in particolare sul modello di welfare.

 

I dati presentati col rapporto Ipsos-Anci Lombardia mettono una volta di più in luce l’impatto della crisi sulle nostre comunità. In questa situazione di difficoltà molti hanno sottolineato l’esigenza di un nuovo “patto sociale”. Lo hanno fatto di recente l’economista Marco Deaglio presentando il XVI rapporto del Centro Einaudi, così come il segretario della Cisl lombarda, Gigi Petteni. E’ d’altronde evidente come negli ultimi vent’anni quella che chiamiamo globalizzazione ha cambiato il volto delle società europee, compresa quella lombarda, e come al tempo stesso la crisi di modello e di sistema che stiamo vivendo ha colpito in profondità aumentando le disuguaglianze e impoverendo le prospettive di lavoratori e imprese. Ad essere a rischio è la coesione sociale delle nostre comunità, le cui difficoltà nell’affrontare i cambiamenti demografici (più anziani e più stranieri) sono state acutizzate dalla contrazione delle risorse pubbliche. Se il tema è dunque quello di rendere il nostro welfare più equo e più efficiente, il nuovo patto che viene invocato dovrebbe avere come obiettivo la costruzione di un nuovo modello sociale, anche per la Lombardia. Vorrei evidenziare quelle che a mio avviso rappresentano due priorità: ripensare la logica e le forme della voucherizzazione e investire in modo innovativo sulla contrattazione di secondo livello. Scegliere una strada che per davvero metta al centro il territorio, senza farne una ideologia, riconoscendogli quella capacità di progettare e attuare meglio di altri che ha saputo spesso dimostrare. Declinare un’idea di sussidiarietà che preferisca la creazione di legami e responsabilità condivise piuttosto che la possibilità di acquistare individualmente delle prestazioni. Il modello di welfare che nella nostra Regione è cresciuto sulle erogazioni monetarie e su una sempre più estesa applicazione dei voucher mostra tutti i suoi limiti. Non è stata garantita la tanto sbandierata “libertà di scelta” perché l’asimmetria informativa e la parziale trasparenza non hanno permesso ai cittadini di districarsi facilmente tra le diverse offerte di servizi sociali. Inoltre, la scelta di lasciare soli l’individuo e la famiglia davanti al mercato delle prestazioni ha indebolito economicamente e culturalmente le reti di protezione e solidarietà territoriale. Il punto vero è che in questa crisi ci si può salvare solo mettendosi insieme, l’idea di farlo da soli è un’illusione, per giunta inefficace, come il laissez faire delle istituzioni. Occorre quindi ripartire dal basso, aprendo una stagione nuova che sappia riproporre lo spirito che seppe suscitare nel 2000 la legge 328. Occorre sostenere le reti territoriali, ridare dignità ai Comuni, riallocare negli ambiti risorse e competenze che ora vengono gestite a livello centrale o regionale, riconoscere il ruolo delle realtà economiche che decidono di giocare fino in fondo la propria responsabilità sociale sia attraverso un trattamento fiscale agevolato sia con il consolidamento di leggi come quella sul cinque per mille che non può più essere una concessione valutata anno per anno. La stessa idea di “benefit corporation” sperimentata negli Usa potrebbe costituire una novità da inserire nel nostro codice civile per quel che riguarda le forme d’impresa. Sulla strada della welfare society va poi praticata una buona dose di innovazione. In questo senso la contrattazione sociale e quella di secondo livello, senza inutili attacchi al contratto nazionale, dovrebbero essere incentivate e allargate. La valorizzazione e l’agevolazione dei soggetti economici di un territorio dovrebbe prevedere la disponibilità degli stessi ad una discussione sulla contrattazione decentrata fatta non solo con le realtà sindacali, ma anche con gli enti locali e la rete territoriale. Si potrebbe così praticare una nuova idea di mutualismo inteso non più, come nel secolo scorso, come associazione fra “uguali” (stesso lavoro, stessa categoria, stessa azienda), bensì fra “diversi” (Comuni, cooperazione sociale, associazioni di categoria, promotori di reti di economia solidale, associazioni di volontariato) che in comune hanno l’appartenenza allo stesso territorio. Praticare questi cambiamenti significa mettere in discussione interessi consolidati, prerogative e centri di potere radicati, questo è evidente, ma il momento è delicato, e la Politica mai come ora viene messa alla prova. Prima ancora che recuperare consenso, si tratta di recuperare credibilità e di occuparsi del bene comune.

Matteo Rossi

Consigliere provinciale – Resp. Enti locali Pd Lombardia

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Commenti

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  1. Scritto da Giacomo

    La riflessione di Rossi è più che giusta. Occorre smetterla con l’ideologia della libertà di scelta e puntare sulla garanzia dei servizi. Anche l’idea di riportare le cose sul territorio è buona.

  2. Scritto da sergio

    Evidentemente matteo rossi ha imparato bene il linguaggio della politica. Quello del dire tanto e tutto per dire nulla di concreto, mentre il suo partito al “governo” nazionale, concretizza più che mai i tagli e botte ai lavoratori e ai pensionati. Bene, matteo, si vola altro, sopra la concretezza. Si sogna filosoficamente in senso neoplatonico: il bello dell’anima e dell’equità sociale, mentre il corpo, quello concreto dei miliardari evasori, accresciuti a dismisura con bossi e berlusconi, possono sognare e fare dissertazioni sull”estetica e sull’armonia dell’essere liberi, di evadere, mentre i soliti noti, i lavoratori super tartassarti, mazzate e botte più che mai…