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Yara e l’indecifrabile profilo dell’assassino

La risoluzione del caso, dodici mesi dopo, è affidata alla scienza. Non un solo elemento ha permesso agli inquirenti di avere certezze sul profilo psicologico di chi l'ha uccisa o di intraprendere indagini tradizionali per stringere il cerchio.

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Un anno dopo il mistero di Yara resta racchiuso in 11 minuti, tra le 18,44 e le 18,55 di quel freddo 26 novembre del 2010, tra l’ultimo sms ad un’amica e il momento in cui il cellulare della giovanissima ginnasta di Brembate Sopra si è spento per sempre, dopo aver agganciato la cella di Mapello.

C’è di più: un anno dopo quel mistero resta ancora avvolto, legato indissolubilmente, ad un’identità che al momento non c’è e non ha lasciato nemmeno una minima traccia. E’ anche questo il dramma dell’omicidio di Yara, contro il quale tutti gli investigatori, di polizia e carabinieri, hanno sbattuto invano la testa. Non un solo elemento ha permesso di svolgere indagini tradizionali che arrivassero quantomeno a definire un profilo psicologico del probabile assassino, disciplina nella quale oltreoceano si è maestri: lo sa bene l’Fbi, al quale ci si è rivolti solo ed esclusivamente per una consulenza di tipo scientifico, ma mai per un lavoro di criminal profiling che spesso negli Stati Uniti porta alla risoluzione dei casi prima ancora delle prove scientifiche. Quel lavoro, nel caso di Yara, non è stato possibile.

“Spesso per un omicidio si trova un elemento che non torna”, suggerisce un investigatore, proponendo una serie di esempi. Può esserci lo strano atteggiamento di un insospettabile, una frase da approfondire sul diario della vittima, l’allontanamento sospetto di un pregiudicato messo sotto pressione. “Ma in questo caso nulla di nulla”. Niente. Un sequestro silenzioso di una ragazzina a modo, quasi una bambina: 10 numeri memorizzati sul telefono cellulare, nessun profilo Facebook, nel diario solo carte di caramella collezionate di tanto in tanto e un paio di immagini di Hello Kitty. Fuori dal mondo di Yara? Nulla: non una testimonianza di soggetti sospetti fuori dalla palestra, non un precedente serio, nella zona, di violenza o tentata violenza su ragazzine di quell’età. In assenza di una bussola ci si è orientati sull’ipotesi ritenuta quasi statisticamente più probabile: un omicidio a sfondo sessuale. Pregiudicati e persone dal profilo psicologico “interessante” sono state controllate ovunque in Lombardia e non solo: senza risultati.

Anche il sequestro e le presunte modalità dell’omicidio hanno suggerito ben poco: che omicidio è stato quello di una ragazzina che aveva ferite alla schiena senza lasciare tracce di sangue sulla maglietta e sul giubbotto? C’è stata una colluttazione improvvisa nel campo di Chignolo d’Isola o prima di arrivare in quel posto? Forse, ma non c’è alcuna certezza. C’è stata, di sicuro (nonostante le recenti puntualizzazioni della procura) una caccia al furgone bianco da parte degli inquirenti, anche a causa di quella testimonianza di una donna di Ambivere che ha parlato proprio di un furgone, passato di fronte a casa sua alle 19,01, dal quale proveniva un urlo: “Lasciami!”. Ma anche dal fronte dei furgoni e dei loro possibili utilizzatori (artigiani, muratori di un cantiere) non è emerso nulla. E mai la ricerca di un Dna compatibile con quella traccia trovata sugli slip di Yara è andata in quella direzione, verso l’edilizia, nonostante alcuni elementi delle indagini rimandino a quel mondo.

Si resta alle supposizioni degli investigatori, alle piste battute perchè comunque bisogna tentare, senza avere una risposta certa nemmeno ad un quesito di base: Yara conosceva il suo assassino o no? Non c’è nulla di concreto che faccia propendere per una risposta o per l’altra. Si possono muovere critiche agli inquirenti, in un paese come questo. E le critiche sono state mosse. Ma carabinieri, procura e polizia si sono trovati di fronte ad un caso difficilissimo fin dall’inizio. Un anno dopo il giallo del sequestro e dell’omicidio di Yara è affidato alla scienza, ad una battuta di caccia che per ora non vede la fine.

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