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Colantuono: “La malattia e il diploma mancato”

L’allenatore dell’Atalanta racconta il suo privato, oltre al calcio, per Bergamonews: “Nel tempo libero leggo biografie e guardo talk-show politici. Sogni non ne faccio, sono più concreto e voglio solo il bene dei miei cari”.

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“Ero un ragazzino molto vivace, che non stava mai fermo. D’altronde penso che se uno da bambino è così, poi da adulto non cambi molto”. Fin dai primi anni di vita il piccolo Stefano Colantuono è sempre stato un tipo piuttosto difficile da tenere a bada. Dotato, insomma, di quella stessa trepidazione che il Colantuono grande ha portato fin sulla panchina dell’Atalanta.
Una vibrante partita iniziata 49 anni fa quella dell’allenatore romano, che a causa di un infortunio non ha mai potuto raggiungere un “trofeo” a cui teneva molto: “A scuola avevo un rendimento nella media. Diciamo pure che facevo il minimo indispensabile, perché ero molto più preso dal calcio. Però credo di essere uno dei pochi casi in Italia che ha studiato per 5 anni alle Superiori e poi purtroppo non si è potuto diplomare”.

In che senso, mister, ci spieghi meglio.

“Alla fine del quinto anno ebbi un’intossicazione alimentare abbastanza grave al fegato e fui ricoverato in ospedale per 40 giorni. Persi tutte le interrogazioni per gli esami e quindi non fui ammesso. L’anno dopo mi riscrissi, ma nel frattempo avevo iniziato la carriera da calciatore professionista con la Ternana. A dicembre fui costretto a mollare perché non riuscivo a conciliare scuola e calcio. Poi ho continuato a rimandare, ed ora mi ritrovo come un pirla senza diploma”.

Per fortuna è andata meglio con il calcio, chi le ha trasmesso questa passione?

“Mio padre, visto che da ragazzo è stato un calciatore, oltre che un grande tifoso. Il ricordo più bello che ho da giocatore è, un po’ come tutti, l’esordio in Serie A. Da allenatore, invece, i due campionati vinti con l’Atalanta”.

La sua grande Atalanta, ci racconti una sua giornata tipo di lavoro qui a Bergamo.

“Solitamente arrivo a Zingonia al mattino alle 10 e vado via alla sera alle 7, o anche 7 e mezza. In quelle nove ore preparo gli allenamenti, guardo videocassette, lavoro con i ragazzi e mi alleno un po’ anche io. Poi parlo spesso con Marino e gli altri dirigenti. Finito tutto questo vado a casa”.

Una volta terminato il lavoro, cosa fa nel suo tempo libero?

“In realtà con la testa non stacco praticamente mai. Comunque a casa guardo la televisione o leggo un buon libro. In tv guardo i film e poi un po’ di tutto. In questo periodo sto seguendo molto i vari programmi di approfondimento politico”.

Cosa le piace leggere?

“Ultimamente ho letto un po’ di libri di mafia e di cronaca. Le biografie però restano le mie preferite, perché spesso raccontano storie di vita molto interessanti”.

Se dovesse consigliarne uno cosa sceglierebbe?

“Direi “Io, l’infame” di Patrizio Peci, che fra l’altro è di San Benedetto del Tronto, e racconta della caduta delle Brigate Rosse. Oppure quello del pentito Giovanni Brusca, o ancora l’ultimo libro di Pino Pelosi”.

In cucina come se la cava Colantuono?

“Se si tratta di un piatto di pasta o di una fetta di carne non ho problemi. Poi oh, magari se mi ci metto e seguo qualche ricetta, riesco a fare anche qualcosa di più difficile”

E la polenta non la mangia mai?

“Sì, però mi piace di più se accompagnata da qualcosa, come la salsiccia o la carne. In umido, insomma”.

Cambiamo argomento, il rapporto con i suoi colleghi?

“Con alcuni sono più amico, come con Cosmi e Gregucci. In generale, comunque, ho un buon rapporto quasi con tutti. A parte alcuni, perché è vero che la nostra è una categoria particolare, del tipo “morte mia, vita tua”, però a volte qualcuno se ne approfitta. E quelli non mi piacciono”.

Sappiamo che ha una stima particolare per Emiliano Mondonico…

“Immensa, lo chiamo “L’ultimo dei Mohicani”, visto che a lui piacciono molto gli indiani. E’ un esempio per tutti noi allenatori. Nel periodo della malattia gli ho mandato qualche messaggio, sempre cercando di non disturbarlo troppo. Quando succedono certe cose credo che la riservatezza sia la cosa migliore, e si preferisca la vicinanza dei propri cari”.

A chi considera il calcio un mondo di privilegiati, fortunati e viziati, cosa risponde?

“Privilegiati lo siamo sicuramente, fortunati anche, ma viziati non credo. Io almeno non credo di esserlo”.

Un sogno di Colantuono allenatore ed uno a livello personale?

“Io non ho mai filosofeggiato molto sui sogni, preferisco vivere alla giornata. Professionalmente potrei dire centrare la salvezza in questa difficile stagione con l’Atalanta. Per il privato desidero solo che le persone a me care stiano sempre bene e non abbiano alcun tipo di problema. Tutto qua”.

Chiariamo una volta per tutte la questione del suo addio alla prima esperienza qua a Bergamo.

“Lasciamo stare, anche perché dovrei tirare in ballo una persona alla quale, anche se ho avuto uno screzio, sono molto legato. Sto parlando di Ivan Ruggeri. Quindi non me ne frega molto di tornare su quella vicenda. Sono stato un pirla io ad andarmene, ho sbagliato e me ne assumo la responsabilità. Diciamo così”.

Come molti tecnici vincenti anche Colantuono spesso risulta antipatico. Perché?

“Forse perché se ho una cosa da dire non ci penso due volte. Dovrei essere un po’ più diplomatico, ma non ce la faccio proprio. E poi comunque simpatici a tutti non si può essere, sarebbe un grosso difetto”.

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