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Contro i cambiamenti climatici serve una politica fiscale comune fotogallery

Il punto al convegno nella sede di Confindustria Bergamo nell’ambito della Settimana per l’energia

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Siamo quasi all’abc in fatto di cooperazione ambientale: nonostante diversi passi avanti, i Paesi stentano ad abbandonare un po’ della loro sovranità nazionale per dar vita a task force per la prevenzione e gli interventi di emergenza e per applicare una carbon tax generalizzata (tassa sul carbonio), considerata uno degli strumenti principi della lotta all’inquinamento ed all’accumularsi di anidride carbonica nell’atmosfera che causa il preoccupante effetto serra ed il conseguente innalzamento delle temperature.
Questa difficoltà è emersa chiara durante l’incontro sul tema “I negoziati internazionali e gli strumenti operativi per il controllo e la gestione dei cambiamenti climatici”  svoltosi nella sede di Confindustria Bergamo nell’ambito della Settimana per l’energia organizzata dall’Associazione Artigiani in collaborazione con l’associazione industriale.

“Il valore di questa iniziativa sta crescendo – ha sottolineato nel suo saluto il consigliere delegato di Confindustria Bergamo per l’energia Benito Guerra – e puntiamo a farlo diventare un appuntamento come BergamoScienza, ricco di iniziative e spunti per far riflettere un pubblico ampio su un tema così importante”.
Corrado Clini, direttore generale per lo sviluppo sostenibile, il clima e l’energia del ministero per l’ambiente ha fatto il punto sui negoziati internazionali e la posizione dell’Unione Europea. L’esperto ha evidenziato l’importanza di un’azione duplice per ridurre il ruolo dei combustibili fossili e per prevenire gli effetti dei cambiamenti climatici, anche attraverso mutamenti radicali degli usi del territorio in relazione al rischio di eventi estremi. Nonostante gli sforzi e i buoni propositi, l’inversione di rotta verso le energie rinnovabili però non c’è e, seguendo i trend, nel 2030 rispetto al 2000 sarà quasi raddoppiata la domanda di energia mondiale.
Secondo Corrado Clini occorre puntare senza ulteriori indugi verso le energie alternative, ma all’ordine del giorno in realtà non c’è questo impegno univoco. Un quadro piuttosto fosco, quindi, ma con qualche nota positiva e inattesa. “Alcune economie emergenti – ha spiegato Corrado Clini – stanno investendo fortemente nello sviluppo di fonti alternative non tanto per un generico atteggiamento virtuoso ma perché, in mancanza di una rete infrastrutturale per l’energia tradizionale, risulta più conveniente e più rapido spingere sulle energie alternative. Al contrario in Europa le infrastrutture già consolidate sono un fattore di rigidità, anche perché occorre tener conto degli effetti pesanti su tutta l’economia collegata.
Tuttavia l’Europa spicca a livello mondiale per i suoi obiettivi ambiziosi: ridurre entro il 2020 i gas serra del 20% e, sempre entro quella data, i consumi energetici del 20% attraverso un aumento dell’efficienza e soddisfare il 20% del fabbisogno mediate le energie rinnovabili. Un grave handicap è però rappresentato dal fatto che l’Europa “non ha adottato politica fiscale energetica comune che renderebbe competitive le diverse opzioni. Così come si è arenato anche il progetto di creare un fondo internazionale e una sorta di croce rossa per l’emergenza e l’assistenza alla pianificazione per intervenire per prevenire gli effetti dei cambiamenti climatici, che possono avere effetti devastanti soprattutto nei paesi più poveri, ma con ricadute anche sugli altri Paesi, legati all’emigrazione insostenibile di intere popolazioni.
Eppure intervento fiscale con una carbon tax globale e l’adozione di standard internazionali di efficienza per le tecnologie energetiche sono secondo l’Agenzia internazionale per l’energia le due misure su cui puntare.
Aldo Fumagalli, presidente della Commissione sviluppo sostenibile di Confindustria, ha sottolineato come con il governo su questi temi si sia trovata unì’importante sintonia che ha contribuito a far passare modifiche importanti in Europa che sono di stimolo al cambiamento senza penalizzare troppo le imprese.
“Siamo favorevoli agli obiettivi di Kyoto ed a quelli specifici europei – ha spiegato – a patto che si attui un percorso di accompagnamento in modo da non far scontare alle aziende lo svantaggio competitivo e di non penalizzare quelle ad alto consumo di energia. Non pensiamo che in questa fase sia opportuno elevare ulteriormente l’asticella, tanto più che dal resto del mondo arrivano segnali negativi”.
Secondo l’esponente di Confindustria la carbon tax dovrebbe essere globale ed essere una parziale alternativa ad altre misure e o
ccorre promuovere un mix di interventi, mettendo al primo posto l’efficienza energetica, in parte sottovalutata dagli obiettivi europei. Una nota polemica è stata rivolta alla gestione degli eccessivi incentivi nel campo delle energie rinnovabili,in particolare il fotovoltaico. Importanza viene infine attribuita ai cosiddetti meccanismi flessibili che consentono di effettuare investimenti per il trasferimento di tecnologie pulite o comunque volti a ridurre le emissioni in Paesi in via di sviluppo, a patto di rivedere la posizione della Cina che non può più essere considerato un Paese emergente.
Il quadro delle opportunità per le imprese italiane nei mercati della CO2 è stato fatto da Guido Busato, managing director di Eco-Way srl, che ha sottolineato come le aziende possono o devono g
estire le proprie esternalità negative riducendole o finanziando attività di riduzioni ad opera di un soggetto terzo. L’obbligo esiste per tutti i settori maggiormente inquinanti, mentre per gli altri le misure sono volontarie.
“Se l’obiettivo era quello di accrescere la competitività delle aziende attraverso il miglioramento delle condizioni ambientali – ha però avvertito – si rischia invece di trovare più conveniente la compravendita di quella che è diventata una vera e propria materia prima. Inoltre il nostro sistema termo-elettrico, uno dei migliori d’Europa in quanto ad efficienza è stato penalizzato e trattato come un grande inquinatore”.
In crescita sono anche le azioni volontarie, sostenute da consumatori sempre più sensibili. “Investire in questo ambito – ha sottolineato – promuovendo progetti come le emissioni zero o la partecipazione a progetti per paesi in via di sviluppo, è positivo perché crea nuove competenze, obbliga ad una riorganizzazione con il controllo e riduzione degli sprechi, è facile da comunicare ed incide positivamente sulla reputazione dell’azienda, contribuendo all’aumento del profitto”.

Articolo di Rosanna Pecchi

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