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Inda: accordo raggiunto. Ma la Fiom non firma

La trattativa tra azienda e sindacati è stata chiusa con un colpo di scena finale: il funzionario dei metalmeccanici della Cgil abbandona il tavolo, mentre la rsu della Fiom rimane e firma l'accordo insieme alla Fim- Cisl. «Non firmiamo licenziamenti preventivi» commenta il segretario della Fiom- Cgil. Giuseppe Marasco (Fim-Cisl): «Uno strappo che ricorda il caso Bertone»

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La trattativa per la Inda di Caravate si è conclusa. Le parti sociali, sindacati e azienda, hanno siglato l’accordo nella sede di Univa (Unione degli industriali della provincia di Varese) con un colpo di scena finale: il funzionario territoriale della Fiom, Francesca De Musso, dopo aver seguito tutta la trattativa ha abbandonato il tavolo rifiutandosi di firmare l’accordo. Un gesto che non ha trovato concorde la rsu (rappresentanza sindacale unitaria) della stessa Fiom che invece è rimasta fino alla fine al tavolo delle trattative, firmando l’accordo con l’azienda. Una spaccatura tra i vertici e la base dei metalmeccanici della Cgil che non mancherà di avere ripercussioni. È come se il soldato semplice, nel bel mezzo della battaglia, si rifiutasse di obbedire al comando dell’ufficiale. «La guerra però l’abbiamo persa tutti – commenta a caldo Francesca De Musso -. Io non ho voluto firmare quell’accordo perché non firmo i licenziamenti preventivi, in quanto tra dieci mesi le condizioni, non solo della Inda, ma dell’intera economia, potrebbero ulteriormente cambiare. La nostra rsu, dunque, ha deciso in piena autonomia e non posso biasimarli, sono lavoratori che hanno vissuto il travaglio di questi anni dell’azienda e sono coinvolti emotivamente».
La Fiom, dunque, non ha voluto quello che in gergo sindacale viene chiamato «il vuoto a perdere», cioè un piano di licenziamenti preventivi a prescindere da qualunque cosa accada durante la cassa integrazione. L’accordo firmato dalle parti prevede in contropartita una buona uscita divisa per fasce: 5 mila euro ai lavoratori che andranno in prepensionamento, 10 mila euro per quelli fino ai 40 anni che andranno in mobilità o durante l’anno o alla fine della cassa integrazione straordinaria. Infine, per quelli dai 40 anni ai 50 e dai 50 in sù la buona uscita sarà di 14 mila euro.
«Non c’è stato un problema di merito, bensì politico – spiega Umberto Bicelli, la rsu “dissidente” della Fiom – . Io ho deciso di andare avanti comunque nella trattativa ,perché ho avuto pieno mandato dai lavoratori. Sono sceso dalla sede di Univa, gli ho spiegato cosa stava succedendo e loro mi hanno detto di continuare. E così ho fatto. Non è stato semplice, ma dovevamo portare a casa qualcosa di concreto visto che l’azienda di Caravate chiude».

L’ultimo atto della trattative, andato avanti per 5 ore, non è stato semplice. Il funzionario della Fim-Cisl, Giuseppe Marasco, rimasto senza il pari grado della Fiom-Cgil, ha giocato a carte scoperte con il capo del personale della Inda. «Gli ho detto che non era il momento dell’ira, dell’amarezza e tantomeno della vendetta – spiega il sindacalista della Fim-. Colombo, dopo una pausa, mi ha ripetuto quelle tre parole, scandendole bene e facendo un quadro completo del piano della mobilità. Perché lo abbiamo firmato? Perché dal 15 novembre la fabbrica di Caravate non ci sarà più e perché non volevamo fornire un alibi favoloso all’azienda sulla cassa integrazione. Ci ho messo la faccia e mi sono preso questa responsabilità insieme alla rsu della Fiom che è rimasta al tavolo, andando contro la decisione del loro funzionario territoriale. A Varese si è creato un piccolo caso Bertone (alle Officine Bertone di Grugliasco avvenne la spaccatura sul referendum tra rsu e Fiom)».
I due "ribelli" della Fiom non sono preoccupati delle conseguenze del loro strappo. Almeno, questo non sembra essere il primo dei loro pensieri. Semmai è il futuro la vera preoccupazione e come tirare avanti. Nel caso di Bicelli, infatti, sono due i posti di lavoro in ballo, visto che anche la moglie era dipendente dell’azienda di Caravate.
Stefania Filetti, segretario provinciale dei metalmeccanici della Cgil, sorvola sull’aspetto disciplinare (Bicelli fa parte del direttivo della Fiom) e punta al merito della vicenda. «La Inda non ha fatto nulla per salvarsi – commenta la sindacalista -e la sua storia è un susseguirsi di licenziamenti, l’ultimo tra l’altro non concordato con la Fiom. L’azienda ha lasciato andare le cose al punto tale da dover chiudere, prendendo decisioni importanti e conseguenti come cassa integrazione e mobilità volontaria, dimenticandosi però del destino di 100 persone e altrettante famiglie. In cambio chiede al sindacato di vincolarsi a fare licenziamenti preventivi senza sapere quali saranno le condizioni di contesto da qui a un anno. Se vogliamo rimanere sulla metafora della battaglia direi che le armi sono state cedute troppo in fretta».
«Questo è uno sbocco rispetto all’attuale situazione – conclude Mario Ballante, segretario della Fim Cisl – non è un licenziamento preventivo, perché richiederà una procedura ad hoc fatta nel preciso momento in cui si verificherà. Una volta che ci siamo, valuteremo anche le condizioni di contesto. Non è la prima volta che firmiamo unitariamente accordi di questo tipo, soprattutto in tali condizioni».

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