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Rapporto Caritas: “In 10 anni, i poveri sono raddoppiati”

Rispetto al 2007, sono cresciuti del 10,7% i bisognosi. Si tratta per lo più di donne straniere, disoccupate di breve o lungo periodo. La proposta del "reddito di autonomia"

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In aumento le persone ai Centri di ascolto della Caritas ambrosianaGli utenti dei centri di ascolto della Caritas Ambrosiana sono aumentati del 10,7% rispetto al 2007, l’anno prima della crisi e del 59% rispetto al 2002. Per un quarto sono ormai italiani. Chiedono lavoro, ma sempre di più aiuti economici.
Quasi il 50% non riesce a far quadrare il bilancio familiare, anche quando ha un’occupazione. «È urgente riorganizzare il nostro welfare», ha detto don Roberto Davanzo in occasione della presentazione del 10°Rapporto dell’Osservatorio diocesano delle povertà e delle risorse. Tra le ipotesi anche la sperimentazione del reddito di autonomia suggerita dalle Caritas della Lombardia.

Aumentano le persone che chiedono aiuto alla Caritas. Crescono in particolare gli uomini, gli italiani e i disoccupati. Cercano lavoro, ma sempre di più aiuti economici. Esplode la questione del reddito: quasi la metà degli utenti non arriva a fine mese, anche quando hanno un lavoro. È questo il quadro che emerge dal 10° Rapporto dell’Osservatorio diocesano delle povertà e delle risorse presentato oggi durante il convegno “La difficile carità. Decimo rapporto sulle povertà nella diocesi di Milano»

1) CHI SONO GLI UTENTI DEI CENTRI DI ASCOLTO
Nel corso del 2010 si sono rivolte ai 59 centri di ascolto del campione (un sesto del totale) e ai servizi Sai (Servizio accoglienza Immigrati), Sam (Servizio Accoglienza Milanese, Siloe (Servizi integrati Lavoro, Orientamento Educazione) di Caritas Ambrosiana  17.610 persone.
Di costoro è possibile tracciare il seguente identikit. 
Genere: femmina Le donne rappresentano i due terzi del totale degli utenti (11.307 persone, pari al 64,2%). 
Nazionalità: straniera. Gli stranieri costituiscono il 73,6%. Tra di essi spiccano, per numerosità, i cittadini extracomunitari (57,2%), quindi i comunitari (8,6%). Gli irregolari sono il 7,8%. Tra gli immigrati che si rivolgono alla Caritas, più della metà proviene da cinque paesi: Perù (14%), Marocco (11,7%), Ecuador (9,7%), Romania (9%), Ucraina (8,4%). Un quarto del totale degli stranieri che si sono rivolti alla Caritas (il 2 6,2%) è in Italia da meno di cinque anni e, di questi, una quota significativa, pari al 7,3%, da meno di un anno.
Età: tra i 35 e i 44 anni I soggetti che si rivolgono ai centri di ascolto e ai servizi Caritas del territorio diocesano sono mediamente giovani: un terzo del totale (36,8%) ha infatti meno di 35 anni, un ulteriore terzo (il 29,1%) ha tra i 35 e i 44 anni. La percentuale degli over 65 è pari al 2,9%.
Stato civile: coniugati o nubili/celibi I coniugati sono il 49,0%, seguono i celibi (25,6%), i separati e i divorziati (14,1%), i conviventi (5.5%), i vedovi (5,5%). Il 16,7% delle donne è separata o divorziata, mentre la percentuale è più bassa tra gli uomini (9,2%).
Titolo di studio: licenza media o diploma Hanno la licenza media inferiore il 38,2%, il diploma il 26,7%, la licenza elementare il 12,4%, la qualifica professionale il 12,2%, la laurea il 7,5%.
Condizione occupazionale: disoccupati di breve o lungo periodo. I disoccupati di breve periodo sono il 39,9%, cui seguono i disoccupati di lungo periodo (24%) e le persone alla ricerca del primo lavoro (5,2%). Una quota significativa, circa il 17%, è costituita da soggetti occupati regolarmente.

2) CHE COSA È CAMBIATO DOPO LA CRISI?
L’osservazione sugli utenti dei centri d’ascolto nel corso degli ultimi dieci anni permette di indicare alcune linee di tendenza, anche se statisticamente ancora poco rilevanti, in ogni caso, interessanti per cogliere l’evoluzione del fenomeno del disagio tra le fasce più deboli della popolazione. Dal confronto tra i dati del 2010 con quelli del 2007, l’anno precedente alla crisi si osservano alcuni cambiamenti tra gli utenti dei centri d’ascolto. Innanzitutto aumentano le persone che chiedono aiuto:  gli utenti dei centri di ascolto sono nel 2010  il 10,7% in più rispetto al 2007, cioè al periodo immediatamente precedente alla crisi, il 59% in più rispetto al 2002, confermando un trend di crescita ininterrotto negli ultimi 10 anni, se si esclude la lieve flessione registratasi tra il 2005 e il 2006. Inoltre la crisi modifica la tipologia degli utenti.  Nel 2010 gli uomini raggiungono il 35,8%, crescendo del 5,7% rispetto al 2007.  Dopo il calo osservato nella prima metà degli anni 2000 gli italiani risalgono e arrivano a rappresentare stabilmente più di un quarto degli utenti totali (il 26,4%). Diventano sempre più minoritari, tra gli stranieri, gli irregolari il cui numero cala della metà, scendendo al 7,8%, benché nel loro complesso gli immigrati continuano  a rappresentare la componente largamente maggioritaria. Consistente anche la variazione che riguarda  i disoccupati che aumentano del 12,7% arrivando a rappresentare nel 2010 il 63,9%, quindi  la netta maggioranza delle persone che hanno chiesto aiuto alla Caritas.

Tra il 2007 e il 2010 cambia anche la natura delle richieste. Aumentano di un quarto  (+ 6,5%) coloro che chiedono beni materiali e servizi (nel 2010 sono un po’ meno di un terzo degli utenti: il 30,4%).  Quasi raddoppiano coloro che chiedono sussidi economici  (nel 2010 sono l’11,2% degli utenti). Il lavoro resta la richiesta  principale  (51,6% nel 2010).
L’occupazione continua a rimanere anche il bisogno prioritario riscontrato dagli operatori dei centri di ascolto, sempre sopra il 50% nell’arco di tutto il decennio. A partire dal 2007 esplode invece la questione del reddito: mentre prima della crisi riguardava poco più del 30% degli utenti, nel 2010 sono poco meno del 50% coloro che non riescono a far quadrare il bilancio familiare anche quando hanno un lavoro. Non basta più il lavoro anche quando c’è: «Il lavoro è la questione centrale in tutti i dieci anni che abbiamo monitorato. La crisi l’ha accentuato ma ha messo in luce anche un altro aspetto del disagio: non è più sufficiente avere un’occupazione per potersi considerare al riparo dalla povertà», ha detto don Roberto Davanzo, direttore di Caritas Ambrosiana. «I  working poors, di cui i sociologi
parlano da qualche anno sono ormai una quota, fortunatamente ancora minoritaria ma in preoccupante ascesa, degli utenti dei centri di ascolto Caritas. Sono uomini, non più solo donne, italiani e non più solo stranieri, che con il coraggio della disperazione superano la vergogna sociale di bussare alle porte del 
parroco per chiedere non più il lavoro, che sanno di non poter ottenere, ma i “lavoretti”, le prestazioni occasionali, il pagamento delle bollette del gas e della luce e dei libri di scuola dei figli». «Da queste storie emerge una rassegnazione e una mancanza di prospettive che toglie il respiro. Ridare ossigeno a queste persone è la sfida dei prossimi anni in cui la politica, innanzitutto, deve assumersi la responsabilità di farvi fronte, intervenendo sul mercato del lavoro, ma anche modificando i sistemi di protezione sociale oggi incapaci di dare una risposta ad ampie fasce della popolazione». 

Un reddito di autonomia per una sussidiarietà attivante. Dall’analisi dei dati contenuti nei Rapporti sulle povertà degli ultimi 10 anni emerge che i servizi Caritas e i centri di ascolto hanno non solo svolto una funzione sostituiva dei servizi per l’impiego pubblici, ma sono diventati “il collettore di una domanda sempre più marcata per le politiche esplicite di contrasto alla povertà”. Per dare una risposta a questo bisogno servirebbe, dunque, un ripensamento dell’impostazione corrente del welfare. A questo proposito la Delegazione Caritas della Regione Lombardia (che riunisce le Caritas delle dieci diocesi lombarde) ha proposto l’attivazione sperimentale in Lombardia del reddito di autonomia. Secondo questa proposta i beneficiari riceverebbero un sostegno economico ma a fronte della sottoscrizione di un patto vincolante che prevede ad esempio l’iscrizione ai centri per l’impiego, la partecipazione a corsi di riqualificazione professionale, l’obbligo di frequenza scolastica per i figli. La misura dovrebbe sostituire misure già esistenti. La copertura finanziaria sarebbe quindi garantita da una razionalizzazione della spesa sociale. «L’analisi dei dati del 10 Rapporto sulle povertà impone la necessità di dare delle riposte più incisive. Quella del reddito minimo è una delle ipotesi che abbiamo voluto indicare», ha commentato don Davanzo

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