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Non canto sotto la doccia per paura della Siae

La Siae impone una licenza a pagamento per la pubblicazione online di trailer cinematografici. Blogger, registi, avvocati ed internauti contestano la scelta.

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La Siae colpisce ancora. Non si tratta del titolo di un film, bensì dell’ultima mossa fatta dalla Società italiana autori ed editori, pur sempre in ambito cinematografico: a fronte dell’introduzione di una nuova licenza a pagamento (450 euro a trimestre, quindi 1.800 l’anno) per pubblicare su siti e blog i trailer di film ed affini. L’acquisto del permesso di pubblicazione è giustificato per coprire i costi di licenza della musica contenuta nel trailer e quindi chiunque voglia metterli sulla propria pagina web deve compilare una domanda alla Siae, con l’ago della bilancia calibrato sui 45 secondi: oltre tale durata (che quindi comprende la stragrande maggioranza dei trailer) viene contata come “opera intera”, ricadendo nella fascia di pagamento già citata. Tale licenza nasce da una convenzione siglata lo scorso 17 gennaio tra la Siae, l’Agis e le associazioni cinematografiche aderenti (Anec, Anem, Acec e Fice). A fronte della richiesta di pagamento della licenza, molti siti e blog italiani hanno rimosso i trailer, ma la Siae sostiene che devono comunque pagare per la passata pubblicazione. “I magazine e i blog cinematografici on line e gli altri siti aumentano la loro attrattività verso gli utenti (e quindi verso gli inserzionisti pubblicitari) arricchendo con i trailer e con la musica in genere i loro contenuti” spiega la Siae, giustificando così la sua scelta ed aggiungendo che la società mira a preservare “per la cultura del rispetto dei diritti degli autori anche su Internet”.
A seguito di tale decisione, si è sollevato un fronte compatto di proteste, tra professionisti ed internauti. Alcuni amministratori delle pagine web alle quali la Siae richiede il pagamento fanno notare che è irrealistico affermare che il numero (limitato dai termini della licenza) di trailer concessi possa generare traffico tale da coprire la cifra di 1.800 euro l’anno. Il mondo del cinema sottolinea invece le potenzialità della diffusione libera dei trailer su internet, che è vista come una positiva forma di pubblicità e quindi di attrazione degli utenti cinematografici: una mossa, quella della Siae, che diventa così autolesionista, con il rischio di svuotare le sale di proiezione. Avvocati del diritto d’autore vedono la scelta della Siae come una miope ed anacronistica applicazione delle legge del copyright al mondo di internet, che sempre di più necessita un aggiornamento per adeguarsi ai nuovi media, tecnologie e soprattutto ad un mondo totalmente diverso da quello dell’originaria formulazione. Il popolo del web invece fa sentire la sua voce di protesta con i modi originali che contraddistinguono la rete. C’è chi ricorda che si è già pagata la Siae per motivi assurdi con la tassa dell’equo compenso sui supporti di memoria del decreto Bondi, c’è chi invece fa presente che in pratica la società chiede di essere pagata per promuovere un film i cui introiti andranno sempre alla Siae. Facebook reagisce come al solito, con un gruppo tanto battagliero quanto ironico nel suo nome: “Non canto sotto la doccia e non fischio per strada per paura della Siae”. Perché si rischia di arrivare anche a quello.

 

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