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“Ju tarramutu”, un film per raccontare il terremono dell’Aquila

Paolo Pisanelli, il regista, racconta i momenti in cui ha girato il documentario. Il film sarà presentato martedì 25 ottobre e darà il via a "Un posto nel mondo"

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La notte del 6 aprile 2009 un violento terremoto devastò una delle più belle città italiane e il suo territorio. Nei mesi successivi, L’Aquila fu al centro della politica nazionale e internazionale, e Silvio Berlusconi spostò addirittura il summit del G8 nel capoluogo abruzzese per catturare l’attenzione e ottenere aiuti internazionali. Ora un film lucido e coraggioso, Ju tarramutu, diretto da Paolo Pisanelli (in programma martedì 25 ottobre alla Sala Filmstudio 90, presente il regista) racconta la città più mediatizzata e mistificata d’Italia, passata dalla rassegnazione alla rivolta attraverso mille trasformazioni, intrecciando storie di persone, luoghi, cantieri, e purtroppo anche risate di imprenditori “sciacalli” che hanno scatenato la protesta delle carriole, quando ormai il terremoto non faceva più notizia. Per mesi le persone terremotate sono rimaste spaesate e totalmente escluse dalle scelte politiche che decidevano il loro futuro, ma gli abitanti si sono organizzati autonomamente per spalare le macerie, dimostrando la volontà di non rassegnarsi al silenzio, anche se costretti a vivere nelle periferie di una città fantasma. Il documentario è stato presentato al Festival dei Popoli 2010 e ha ricevuto la Menzione speciale Nastri d’argento 2011 per la capacità di raccontare l’umanità, il dolore, la quotidianità e non solo la denuncia della difficile stagione del dopo terremoto. Così il regista risponde ad alcune domande.

Da dove nasce l’idea del film?
«Un terremoto è un evento “assurdo”, che ti fa interrogare sulla natura del reale e del mondo in cui viviamo e ti mette a confronto con l’insensatezza. Appena ho saputo del terremoto ho deciso di correre a filmare, era una sorta di obbligo personale, anche perché nel 2009 ho iniziato a insegnare all’Università di Teramo. Guardare un luogo, quindi filmarlo, per me significa anche curare quel luogo. Così ho cominciato a vagare intorno all’Aquila, senza sapere dove andavo, mi sono messo a esplorare
questi territori e a scavare con gli occhi. In un certo senso era una sfida rispetto a ciò che si è perso a Poggio Picenze, Paganica, Onna, San Gregorio, Villa S. Angelo, Poggio di Roio… Qui ho iniziato a conoscere le persone, ho avuto incontri intensi, molte persone sono poi divenute protagoniste nel mio film. “Ju tarramutu” è il terremoto raccontato da chi lo ha vissuto. Ho filmato a lungo il territorio aquilano: il mio interesse è rivolto alle radicali trasformazioni che sta subendo, alla “sparizione” dei centri storici, tra abbandoni e demolizioni, all’idea di casa che ha dentro di sè ogni persona che ho incontrato».

Sfruttamento politico, immobiliare, mediatico, che idea si è fatto di tutto questo?
«Sappiamo quanto hanno lavorato i Vigili del Fuoco e i volontari di tutta Italia, ma sappiamo anche come ha lavorato la “cricca” di affaristi sciacalli che si è arricchita sugli appalti gestiti dalla Protezione Civile. Ma la politica-spettacolo ha di fatto militarizzato il territorio e spogliato i cittadini della possibilità di riunirsi e decidere del proprio futuro. Senza alcuna progettazione urbanistica adeguata è stato bombardato il territorio di nuovi insediamenti abitativi provvisori ma dal costo enorme (più di tre volte il costo a mq di una casa in muratura) . Alla violenza naturale del terremoto si è sovrapposta la voracità degli interessi, la velocità delle urbanizzazioni, l’impatto violento del Progetto C.A.S.E. che ha coinvolto senza pianificazione un territorio bellissimo, ancora di impianto medioevale. E’ come se gli abitanti anno dovuto subire due terremoti, ma il secondo, causato dagli uomini, è stato altrettanto devastante».

Pensa che il documentario sia la forma migliore per esaltare incongruenze, piuttosto che la fiction?
«Il cinema è un modo di raccontare delle storie, se vogliamo riferirci alle categorie “cinema del
reale” o “cinema di finzione”, credo che entrambe permettano di esprimersi con grande intensità
attraverso poetiche e risorse molto diverse. Io ho iniziato a fare “cinema documentario” per passione e per il desiderio di raccontare storie reali. Il cinema funziona come uno strumento per chiarire i nostri rapporti con il mondo. Non ho mai preteso di raccontare storie con metodo scientifico, analitico e “imparziale”… Nel documentario c’è la possibilità di usare le immagini per compiere una ricerca su quello che vediamo, su come vediamo. Il documentario può assumere molte forme diverse: per me il
documentario è un modo per “fare chiarezza”, può servire a svelare qualcosa che non conosciamo
e ad ascoltare le testimonianze degli altri, di persone che raccontano la loro verità. Alcuni linguaggi e tecnologie ci fanno credere che ciò che vediamo e sentiamo corrisponda in modo perfetto alla realtà, ma tuttavia ognuna di queste tecniche può essere utilizzata per dare l’impressione di autenticità a qualcosa che è stato in realtà falsificato o creato dal niente. Ma la visione di ogni filmaker è sempre una visione arbitraria e soggettiva, già a partire dalla scelta del punto di vista. In un film lo sguardo di chi filma è sempre parte integrante del racconto, a dispetto di ogni tentativo di “ricostruzione oggettiva».

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