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Banche e capitalizzazione, risponde l’esperto

Un lettore ha chiesto di avere spiegazioni sulla ricapitalizzazione delle banche e su chi pagherà. Risponde l'esperto Enrico Bigli

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Enrico Bigli (nella foto) non si definisce «un economista», perché non appartiene a quella ristrettissima lobby che partecipa a trasmissioni e compare ovunque e dappertutto. In realtà conosce benissimo i vari meccanismi dell’economia e soprattutto le diverse scuole di pensiero che ne spiegano e giustificano l’esistenza. Conosce i mercati, i numerosi e complicati prodotti finanziari e chi li propone, le agenzie di rating e le banche. Una conoscenza frutto di una lunga esperienza lavorativa in campo finanziario. Bigli risponde alla lettera di un lettore che chiedeva chi pagherà la ricapitalizzazione delle banche . Una preoccupazione di molti risparmiatori che vedono gli Stati sovrano indebitarsi per salvare il sistema del credito.

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Cos’è il capitale di una banca? I suoi mezzi propri (le quote versate dagli azionisti, le riserve via via accumulate e altre voci) (1).
Il capitale proprio è la garanzia che la banca è in grado di dare ai suoi clienti depositanti, nel caso di perdite di esercizio determinate da insolvenze, superiori alla norma, da parte dei clienti a cui si sono prestati i soldi o da cattive operazioni finanziarie (come investimenti in titoli di cui potrebbe maturare il default).
Quanto capitale è necessario ad una banca per poter operare fornendo abbastanza garanzie ai suoi clienti? La questione è oggetto di regolamenti, norme complesse, ma si può ritenere che occorra, per essere tranquilli, almeno un rapporto di 1 a 10 (2). Cioè con un capitale di 10 non si può prestare più di 100 (così se si avesse sino al 10% di insolvenze si può far fronte ai prestiti ricevuti col capitale proprio).
Negli anni sino al 2008 (fallimento di Lehman Brothers) le banche facevano di tutto per tenere il capitale basso anche distribuendo abbondanti dividendi (più è basso il capitale proprio più alto percentualmente è il rendimento, se guadagno 10 con 100 di capitale ho un rendimento del 10%, ma se guadagno la stessa cifra con un capitale di 50 il capitale rende il 20%, più è alto l’utile più bravi e remunerati i manager). Molte banche erano arrivate ad avere solo 5 di mezzi propri per ogni 100 prestati.
La crisi economica che rende insolventi sempre più clienti, i portafogli delle banche costruiti (al fine di aumentarne i rendimenti) con titoli rischiosi hanno messo in evidenza l’assoluta insufficienza dei mezzi propri delle banche, la concreta possibilità che esse non siano in grado di restituire i soldi ricevuti a prestito.
Più il capitale proprio è basso meno prestiti si possono fare e si finisce per strozzare ulteriormente un’economia già in crisi.
Per questi motivi si impone l’esigenza di aumentare la capitalizzazione delle banche, la via maestra dovrebbe essere la richiesta di aumento di capitale al mercato, ma se una banca è in difficoltà sarà arduo fare aumenti di capitale tra i privati. E’ così che i soldi necessari alle banche per gli aumenti di capitale potrebbero essere forniti dagli stati (che così aumenterebbero il loro indebitamento). Perché mai si interviene a sostegno delle banche? Perché si ritiene che il fallimento si una banca trascinerebbe al fallimento le altre banche, per il sistema di prestiti incrociati che hanno tra di loro e da qui una catastrofe economica.
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1) I metodi, o i trucchi, per far apparire il capitale proprio più alto sono numerosi, si inseriscono nel capitale varie voci che non sono propriamente capitale (obbligazioni subordinate e così via) tanto che ormai esistono varie definizione di capitale proprio: Core Tier 1, Tier 2 (upper o lower), a secondo delle voci che si inseriscono.

2) Con gli accordi di Basilea 2 non tutti i prestiti sono uguali ma il loro peso viene parametrato in base al rischio. In questo modo, se i prestiti vengono classificati come poco rischiosi, se ne possono fare di più rimanendo nei parametri.

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