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Donadoni: “Io come l’Atalanta, reagir?? alle difficolt??”

L'allenatore bergamasco, esonerato ad inizio stagione dalla panchina del Cagliari ha concesso una lunga intervista al giornalista Enrico Curr?? di Repubblica .

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Roberto Donadoni, primo esonerato dell’anno: ”Cellino racconta menzogne e sa anche essere cattivo. Io non so ancora perché sono stato licenziato. A Cagliari ero più stimato del presidente”. Sul campionato: ”Scimmiottare il Barcellona è controproducente, Luis Enrique a parte. Pirlo stratosferico, il migliore degli ultimi dieci anni con Totti e Del Piero”

Donadoni, da ct dell’ultimo Europeo quanto scommette su una bella figura dell’Italia a Euro 2012?
"Ne sarei felice: per la Nazionale, alla quale resto molto legato, e per Prandelli, un amico che stimo, umanamente e professionalmente. Però le scommesse lasciamole perdere, non sono il tipo".
Meno di due mesi fa qualcuno avrà fatto i soldi su una puntata che la riguardava: il suo esonero dalla panchina del Cagliari prima dell’inizio del campionato.
"Lei scherza e magari io vado un po’ controcorrente, forse perché non sono mai stato uno scommettitore. Ma a prescindere dalle questioni personali, a me non piace il fatto che si possa scommettere su tutto. Mi dà la sensazione di una società malata, che cerca rimedio a qualsiasi problema attraverso il guadagno facile. Così si inquina lo sport".
Allude a Scommessopoli, che preoccupa anche Platini e l’Uefa?
"Non è difficile capire che la malavita si può infiltrare nel grande business del calcio. E’ bene che venga a galla tutto quello che c’è di sporco e che vengano prese decisioni importanti: chi sbaglia non deve più entrare, da nessuna porta".
A proposito di porte chiuse in faccia, come ci si sente a prenderne una come quella di Cellino, a 48 anni, da ex ct eliminato dall’Europeo ai rigori, dalla Spagna futura campione d’Europa e del mondo?
"Ci sente dispiaciuti: ho dovuto lasciare una squadra di ragazzi meravigliosi e una città
dove mi piaceva vivere. La gente di Cagliari, quando la incontravo, mi manifestava una stima che invece non aveva verso il presidente. Ne ero molto colpito: a me sembrava una persona completamente diversa da quella che sentivo descrivere. Qualcosa, adesso, comincio a capire".
Non è vero che avete litigato per Suazo, che lei voleva e il presidente invece non più?
"Macché, a tutt’oggi non ho ancora capito il motivo per cui la mia avventura a Cagliari è finita. Anche perché non ho più avuto modo di parlare con Cellino e ho ricevuto comunicazioni solo dal dg Marroccu. Forse è meglio fare un po’ di chiarezza, anche se io non voglio cadere nella mancanza di stile che ha avuto Cellino".
Prego.
"Proprio su Repubblica, qualche giorno fa, ho letto di un presunto colloquio dopo un’amichevole precampionato, in cui lui mi avrebbe rinfacciato un curriculum fatto di esoneri su esoneri. L’ho trovata una mancanza di eleganza assoluta e soprattutto una menzogna: quel colloquio non c’è mai stato. Quanto agli esoneri, meglio puntualizzare. Io non sono stato licenziato dalla Figc: era scaduto il mio contratto. A Livorno decisi io di andarmene e a Lecco, alla mia prima esperienza in panchina, finii la stagione e pure bene. Detto questo, se Cellino aveva di me questa considerazione, perché mi ha assunto e perché qualche mese dopo ha dichiarato pubblicamente che mi voleva fare un contratto di dieci anni?".
La sua non è stata l’unica panchina a crollare subito: il ritmo degli esoneri è impressionante.
"Da esterno non ho elementi per giudicare la situazione dell’Inter. Mi pare che Gasperini non abbia fatto in tempo a portare il proprio concetto di calcio. E Bisoli, tra quest’anno e l’anno scorso, è stato proprio sfortunato. La storia del Palermo la trovo più simile alla mia. Ho visto a "Striscia" le immagini idilliache di Zamparini con Pioli: mi hanno fatto sorridere".
Che idea si è fatto dei presidenti di club, lei che è passato da De Laurentiis a Cellino?
"Diciamo che c’è un bel parterre, una bella varietà di opposti e che l’omogeneità proprio non appartiene a quel mondo. Ogni persona è un pianeta a sé. Cellino capisce di calcio e a volte sa essere anche cattivo. De Laurentiis ha meno nozioni calcistiche, ma gli va riconosciuto il merito di avere allestito un grande Napoli, che sta diventando una realtà. La dimensione non è ancora completa, ma la mentalità è quella che serve".
Fatto sta che lei è ridiventato un osservatore del campionato, partito pianissimo.
"Più che lenta la definirei una partenza particolare. L’equilibrio non è un male, dà sempre giovamento".
Anche se nasce dall’impoverimento tecnico di una serie A che in un colpo solo ha perso Eto’o, Pastore, Sanchez?
"In effetti ci sono valori diversi, rispetto a 7-8 anni fa. Credo che questo rifletta la crisi e il modo di vivere del paese. Il campionato si è impoverito economicamente: certi grandi club, fino a poco tempo fa, non avrebbero fatto scelte di mercato come quelle di adesso".
Colpa del fair-play finanziario?
"Io trovo il fair-play utile, anzi dovuto: più si allarga il numero delle squadre competitive e meglio è".
Peccato che l’Italia abbia già perso un posto in Champions League e due squadre nei preliminari di Europa League.
"La sensazione è che a volte l’Europa League venga considerata come un riempitivo: facciamola, se proprio non si può fare di meglio. Mi viene da pensare che la questione sia economica. Invece il discorso più generale è anche più complesso: bisogna rivedere le cose da dietro, non solo dal vertice. Dei giovani si parla tanto, ma se si vuole fare un ragionamento valido bisogna investire negli allenatori dei settori giovanili. Non è pensabile a un impegno dopolavoristico, con i rimborsi spese: servono tecnici a tempo pieno, competenti e con uno stipendio adeguato".
Il modello è il Barcellona.
"E’normale, perché è la squadra più forte del mondo e vederla è uno spasso: sembra un gruppo di nanerottoli e invece tutti finiscono in balìa del loro gioco. Ma emularli nel settore giovanile è un conto, scimmiottarli con le squadre di élite è un altro: è controproducente. Basta un dato per capire: a parte Sanchez, infortunato, nel Barcellona c’è un solo giocatore passato dal campionato italiano: Maxwell, che però è una riserva".
Quindi l’esperimento di Luis Enrique alla Roma è destinato al fallimento?
"No, è diverso. Lui arriva dal Barça, lo capisco e lo rispetto. Ha quel tipo di dna e ha tutte le ragioni per cercare di proporlo in Italia: spero solo che gli venga data la possibilità di farlo".
Il Milan si pentirà di avere lasciato andare Pirlo alla Juve?
"La Juve è più forte, dopo il mercato, e lo sta dimostrando. E quando un campione di quella levatura aggiunge alla classe gli stimoli che gli derivano dal volere dimostrare di essere ancora un grande, diventa ancora più straordinario. Alcune volte, quando allenavo Andrea, sorridevo da solo per la semplicità delle grandi giocate che gli vedevo fare. Oggi qualitativamente è il più forte. Lo metto sul podio dei migliori calciatori italiani degli ultimi dieci anni: gli altri due sono Totti e Del Piero".
Cassano?
"Finora ha pagato la discontinuità e non lo dico perché fui io a riportarlo in Nazionale, come ora Prandelli. Deve solo trovare equilibrio. In questa fase di necessità del Milan ha risposto, ma adesso deve fare il salto definitivo: deve continuare così anche quando troverà di nuovo la concorrenza in squadra. Ha una maturazione più lenta perché ha un vissuto diverso dagli altri. Può essere importante all’Europeo: e se lui è importante, è anche decisivo".
Prandelli ha rilevato amaramente che della Nazionale tutti si ricordano solo per Mondiali ed Europei: infatti le sue richieste sull’Under in Lega Pro e sugli stage rischiano di passare in cavalleria.
"A me capitò con l’idea di anticipare l’inizio dl campionato: continuo a ritenerla una priorità per un ct. E’ evidente che riuscire a connettere intenzioni e fattibilità delle cose è molto complicato. Troppe volte non si vuole dispiacere questo o quello. E accontentare tutti significa lasciare le cose come stanno. Invece servirebbero scelte impopolari, ogni tanto".
Un commissario tecnico è davvero circondato?
"No, ma gli spazi temporali, fuori dalle grandi manifestazioni, sono quelli che sono: è la storia degli ultimi tre-quattro ct. Io sono orgoglioso di avere avuto la possibilità di allenare per due anni grandi calciatori. E credo che il mio percorso con la Nazionale, se vogliamo fare un ragionamento statistico, non sia stato certo da buttare: eravamo secondi o terzi nella classifica Fifa e la finale con la Spagna, perché per noi era una finale, l’abbiamo persa ai rigori senza Pirlo, Gattuso e Cannavaro".
Quella azzurra è una panchina che consuma, a giudicare dal destino di Sacchi, di Lippi e dal suo.
"E’ un mondo che comporta un grande dispendio, in tutti i sensi. Si dice che uno ci arriva quando non ha più niente da chiedere alla carriera, ma non è così. E’ vero, semmai, che un anno di Nazionale equivale a cinque nei club, anche se le partite sono meno e ci si trova a distanza di tempo".
Prandelli ha preso atto che la tradizione italiana non dà più grandi ali destre, mediani, terzini e centravanti classici, quindi sta cambiando il modo di giocare della squadra.
"E’ una dimostrazione di lucidità. Le cose un po’ si modificano: anche la scuola dei portieri a un certo punto si è un po’ fermata. Mi piace pensare che della tradizione italiana sia rimasto il fatto che gli avversari sanno sempre che è molto difficile batterci".
Che cosa ha imparato dalla sua tormentata vicenda di allenatore?
"Mi sono rafforzato nella convinzione di non dovermi mai rassegnare alla normalità, se la normalità è il voltafaccia. Funziona così, mi dicono. Ma io ribatto che, se una cosa succede, non è detto che sia giusta. Le situazioni complicate mi fortificano. Ha presente la bella partenza dell’Atalanta penalizzata? Ecco, noi bergamaschi abbiamo questa capacità di sapere reagire con determinazione alle difficoltà. Nel caso della squadra la gente l’ha trasmessa anche ai calciatori che arrivano da fuori. Io guardo avanti e non mi deprimo, non mi piace fermarmi sul passato".
E nel suo futuro cosa vede, lei che per il Cagliari ha rifiutato alcune proposte in Inghilterra e la carica di ct d’Israele?
"Una panchina, ovviamente. Non disdegno un’esperienza all’estero. Se devo fare una percentuale, diciamo che mi vedo al 55 per cento all’estero e al 45 in Italia: per il mio modo di vivere e per non fossilizzarmi troppo. L’ho fatto da calciatore: è stato positivo e gratificante. In questi ultimi anni ho privilegiato l’Italia, adesso ci penserei di più".
Donadoni, non teme che la fama di galantuomo triste le si ritorca contro?
"Me lo diceva anche Cellino all’inizio, poi si è ricreduto. Io sono quello che sono, a volte magari un po’ serio perché lo richiede il mio lavoro. Ma triste proprio no, chi mi conosce lo sa. Comunque mi diano pure le etichette che vogliono. Ognuno può dire la verità o la menzogna. Tanto la verità, alla fine, vince sempre".

(Enrico Currò per Repubblica)

 

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Commenti

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  1. Scritto da Dea

    Perchè? Perchè è in difficoltà e allora iniziamo da chi ha sperimentato le conseguenze dell’esonero, forse capirà.

  2. Scritto da Atalantino

    Donadoni : Grande uomo ,prima e grande Bergamasco poi.!.
    Grazie x quello che mi hai dato ,da tifoso Atalantino , quando hai giocato nella Dea.
    Un giorno ,speriamo , non troppo lontano ti vedrei molto volentieri sulla nostra panca neroazzurra.!.

  3. Scritto da Dea

    Meno interessi certo, cosa c’è di così scandaloso?
    Far le cose come si deve senza chiedere compensi iperbolici.

  4. Scritto da @Dea

    E perchè mai proprio Donadoni dovrebbe fare il buon samaritano in un mondo, come quello del calcio, dove girano solo lupi?

  5. Scritto da Dea

    Per essere come l’atalanta necessità molta sportività e meno interessi, vero Donadoni?

  6. Scritto da @Dea

    Meno interessi? Mi sembra un po’ grossa…

  7. Scritto da d

    Ottimo, Donadoni. E ottima intervista