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Giovedì vecchia Hollywood, venerdì Abel Ferrara nel “menù” del Pardo

Il festival del cinema ha visto nella giornata di giovedì la diva hollywoodiana Leslie Caron, mentre la sera di venerdì vede protagonista il regista Abel Ferrara. Intanto il concorso è iniziato

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Leslie Caron al festival di LocarnoPrimo vero giorno di Festival, ieri a Locarno, con un calendario che, secondo la tabella di marcia imposta dal Direttore artistico Pere non meno che da quello organizzativa, Marco Cacciamognaga, ha visto l’avvio pressochè contemporaneo di tutte le principali rassegne secondo una scansione che vede ogni giorno la presentazione di due film per ciascuna delle sezioni competitive , solo in chiusura il concorso principale dovrà accelerare per recuperare i due film in più che conta rispetto agli altri.

In una giornata questa volta salutata da un bel tempo costante si è visto il pubblico delle grandi occasioni con la Piazza gremita per la doppia proiezione serale e con code in molte delle sale impiegate per le proiezioni pomeridiane.

La serata di Piazza Grande è stata aperta ancora dalla retrospettiva su Vincente Minelli, con l’intervento della star e ballerina di “un Americano a Parigi” Leslie Caron (nella foto a destra), più giovane del grande Kirk Douglas ma anche lei rappresentante di quella stessa epoca del cinema Hollywodiano di cui Minelli è stato protagonista; e la proiezione di alcuni estratti e scene interprtate dalla Caron, insieme ai suoi ricordi di quell’epoca e alla descizione di come si faceva il cinema negli anni dello star sistem, hanno offerto al pubblico un momento di divertente immersione in un linguaggio cinematografico che oggi può apparire ingenuo ma anche estrememente efficace.

Dopo lo spazio della retrospettiva, introducendo il primo film della serata, un thriller norvegese, il Direttore Pere ha proposto al pubblico di osservare alcuni istanti di silenzio e raccoglimento in memoria delle vittime degli attentati di luglio a Oslo: per una ventina di secondi la piazza gremita è scesa nel silenzio più totale e assoluto, impressionante da parte di tante persone, seguito da un sommesso applauso. L’omaggio doveroso e sentito ha poi ceduto il passo alla forza delle immagini di Headhunter prima e del tedesco/svizzero “Hell” verso la mezzanotte. 

Nella serata di venerdì, vale la pena anticiparlo, la Piazza Grande avrà Abel Ferrara come ospite d’eccezione mentre, in giornata, si segnala la proiezione fuori concorso del primo lungometraggio italiano “inconscio italiano” di Luca Guadagnino (18.30 al Fevi), mentre in concorso esordirà “another earth” di Mike Cahill, la cui peculiarità è quella di essere un film di fantascienza, genere molto presente al festival ma raramente ammesso al concorso. In serata in Piazza ancora doppia proiezione con “friends with benefits” di Will Gluck e, in anteprima mondiale “attack the block” di Joe Cornish (inizio di quest’ultimo prevedibile dopo mezzanotte).

Le recensioni delle proiezioni del 4 agosto:

Best Intentions di Adrian Sitaru, Romania/Ungheria 2011, concorso internazionale.
Film atteso soprattutto perché molto ben promosso, racconta lo smarrimento di un figlio trentenne di fronte all’improvvisa malattia della madre, colpita da un problema cardiaco che, peraltro, si rivela poi meno grave delle attese. Tuttavia lo spavento e la preoccupazione sono l’occasione per l’uomo di entrare in contatto con l’angosciosa ineluttabilità dell’invecchiare, sensazione che lo spinge in un universo di percezioni allucinate e paure che sembrano portarlo al rifiuto della realtà. Il film si muove così su due binari deliberatamente incoerenti: visioni e dialoghi del tutto assurdi, ripresi dal punto di vista del giovane, spesso surreali, e banali resoconti medici, panoramiche per corsie d’ospedale e veri e propri bollettini medici.
Un film che non ha, al di là dell’idea di fondo, una vera trama e in cui dopo i primi minuti non accade veramente più nulla, tuttavia un film che, nonostante tali premesse, non si può certamente considerare noiso; le probabilità che venga distribuito nelle sale italiane sono probabilmente molto basse.

Let the bullets fly di Wen jiang, Cina 2010, è stato invece presentato fuori concorso al FEVI, di fronte ad un pubblico non numerosissimo. Il film è ambientato durante le guerre coloniali cinesi all’inizio del ventesimo secolo quando, la crisi del potere imperiale e il tentativo di penetrazione militare di europei e giapponesi, consentirono in Cina il crearsi di un gran numero di potentati locali guidati da signori della guerra, spesso feroci e, comunque, fedeli solo a sé stessi. Il film racconta di come, in opposizione ad uno d questi signori, una banda di criminali comuni riesca a costituire un vero contropotere politico, fino ad arrivare a rovesciare il tiranno e instaurare un’amministrazione più giusta. Per 132 minuti il film passa da scene comiche ad altre di violenza estrema, da citazioni western a momenti di affresco storico, mentre scene, colonna sonora e fotografia si premurano di omaggiare con citazioni ed “easter egg” (riferimenti nascosti, da cogliere quasi come in un quiz) moltissimi grandi film del passato sia remoto che recente.
Il film risulta divertente, anche se francamente troppo lungo, ma non consente allo spettatore di individuarne una logica o un qualche tipo di coerenza.

The color Wheel di Alex Ross Perry, Usa 2011, Cineasti del Presente

è stato forse il film più interessante della giornata; opera prima del giovanissimo regista (che è anche sceneggiatore, produttore e inteprete principale) il film è un road movie in bianco e nero ricco di umorismo, satira ma anche fortissime provocazioni.
Il pubblico ha riso spesso mentre lo schermo restituiva la storia del viaggio di Colin che accompagna la sorella “JR” a completare il trasloco da casa di un ex fidanzato. I due appaiono profondamente legati e si relazionano col mondo in modo provocatorio e ironico ma, allo stesso tempo, coltivano una feroce rivalità che fa sì ogni loro dialogo privato sia un susseguirsi di gelide frecciate e colpi basi verbali. Nel viaggio ricco, come in ogni road movie, di imprevisti e situazioni difficili i due oscillano tra la comprensione delle reciproche manchevolezze e sentimenti di antipatia che covano sotto la cenere. Il finale vedrà il trasloco portato a termine, i fallimenti mitigati, e i due finalmente in grado di avviarsi verso un futuro senza ipoteche ma per arrivare a questa catarsi il regista inventa un accadimento estremo e inaspettato che non è proprio il caso di anticipare a chi non abbia visto il film.

The Headhunter di Morten Tyldum , Norvegia/Danimarca/Germania 2011, in Piazza Grande, thriller scandivano tratto dall’omonimo romanzo di Jo Nesbo (che ha anche collaborato alla sceneggiatura), un film che si candida senz’altro ad essere protagonista della prossima stagione natalizia (almene fra i polizieschi). Un cacciatore di teste, cioè il direttore del personale, di una grande azienda norvegese usa il suo lavoro unicamente come copertura della propria vera attività: ladro di quadri d’autore.
Ogni cosa sembra andare bene: una bella moglie (gallerista, ignara informatrice del ladro), un ottimo stipendio, una bella casa, un’amante, il cacciatore di teste ha tutto ed all’improvviso gli si presenta anche l’occasione della sua vita criminale: un Rubens pressochè incustodito, in una soffitta di Oslo… ma forse il colpo di fortuna è solo una trappola perché il cacciatore inconsapevole è entrato in un gioco più grande di lui, un gioco di cui forse fanno parte anche i suoi amici e sua moglie, un gioco che rischia di costargli la vita.

Hell , Svizzera Germania 2011, di Tim Fehlbaum, prodotto da Roland Emmerich.
Tim Fehlbaum è un regista giovanissimo che si è accostato a questa avventura con l’idea di un gioco e di un sogno da realizzare, mentre Roland Emmerich, qui produttore ma più spesso regista di blockbuster hollywodiani che spesso si sono attirati l’accusa di scarsa plausibilità, ha voluto investire nell’idea di un film catastrofistico prodotto in Europa.
La storia è semplice: il sole diventa troppo caldo, la terra è quasi inabitabitabile e gli esseri umani sono costretti a tornare in una condizione di sostanziale barbarie per poter sopravvivere. Naturalmente nonostante il male incombente siamo certi fin dall’inizio che i pochi buoni si salveranno mentre i malvagi saranno vittima della loro stesa crudeltà Il motivo principale per vedere questo film è perché risponde all’annosa domanda: quanto varrebbero i film di Roland Emmerich se non avessero a disposizione centinaia di milioni di dollari di effetti speciali, grandi attori e pubblicità? Tim Fehlbaum, per sua fortuna, è abbastanza giovane da meritare una seconda occasione

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