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Bomber Cerea: prima illuso, poi rovinato e infine salvato dal calcio

Il promettente attaccante bergamasco si ritrov?? in Serie D a 17 anni ma si ruppe il ginocchio. Da l?? in poi il baratro, in campo e fuori con serate al limite. A salvarlo il calcetto e la Futsal Chiuduno: "Ora sogno un figlio che diventi un campione".

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Quella di Pietro Cerea è una storia di calcio che va oltre il rettangolo di gioco. Una storia come tante, forse, ma solo per certi versi. E’ quella di un ragazzotto (ora 30enne) prima illuso, poi rovinato e, infine, salvato da quel pallone che fin da piccolo ha tanto amato. E come in una fiaba a lieto ora il principe è tornato a battagliare sul campo con la forza per battere qualunque tipo di avversario.
La stessa che ha sempre avuto fin da quando, a otto anni, ha iniziato a giocare nella squadra del suo paese, Mornico al Serio: “Il mio primo allenatore fu Giorgio Gatti, che ora è allena nel settore giovanile dell’Inter –racconta Pietro con un pizzico di nostalgia- giocavo come punta e segnavo davvero tanto. In cinque anni al Mornico realizzai ben 135 gol. Da lì passai alla Forza e Costanza, dove a 15 anni raggiunsi la soddisfazione più grande della mia carriera. Conquistammo il torneo Cassera vincendo la finale allo stadio di Bergamo, e io portavo la fascia da capitano al braccio”.
A quel punto Cerea si consacra come uno tra i giovani più promettenti del panorama bergamasco, e poco prima di diventare maggiorenne approda all’U.s.o. Calcio, una delle formazioni più prestigiose di quegli anni nella nostra provincia: “Mi ritrovai catapultato in una squadra di Serie D, molto ambiziosa e ben organizzata. Ammetto che in quel periodo mi sentivo un campione, ma non ancora arrivato. Avevo ancora tanta fame, ed ero voglioso di arrivare anche più in alto”.
Purtroppo, però, a svegliare il giovane attaccante dal suo sogno fu un brutto infortunio: “Avevo 21 anni quando una sera, partecipando ad un torneo notturno tra amici, mi ruppi il crociato anteriore. Da lì iniziò il mio calvario. Rimasi fermo quasi due anni, e nel frattempo l’U.s.o. mi mise sempre più ai margini della rosa. Mio padre allora decise di andare dal direttore sportivo per chiedere il mio cartellino, in modo da potermi mandare da un’altra parte a giocare. Dopo lunghe giornate passate sotto casa sua, riuscì finalmente a rintracciarlo”.
La formazione della Bassa, però, a quel punto non è disposta a liberare il giocatore gratuitamente: “Chiese ben 23 milioni a mio padre, questa era la cifra che dicevano di aver pagato per portarmi da loro. Noi non potevamo dare tutti quei soldi, e allora iniziammo a trattare. Alla fine mi mandarono in prestito al Palosco, in pratica da una squadra di Serie D ad una di cinque categorie meno”.
Pietro, dopo due campionati visti dalla tribuna per quell’infortunio, subisce un’altra dura botta a livello morale che lo abbatte: “Era difficile ripartire ancora da quel punto, dopo aver respirato l’aria del grande calcio. Iniziai allora a perdermi un po’, con serate al limite tra amici e soprattutto tanti brutti vizi che mi stavano rovinando. Senza entrare nello specifico avete capito cosa intendo. Fino a quando una notte, tornando da una discoteca, ad un posto di blocco mi fu ritirata la patente”.
Da lì il giocatore inizia a realizzare di aver intrapreso una brutta strada, e decide di rituffarsi in quel mondo del calcio che aveva un po’ messo da parte: “Ripartii dalla squadra di calcetto del mio paese, che allora si chiamava “Legnami Mornico”. Fu un po’ la mia salvezza. Trovai un gruppo fantastico di ragazzi in campo e anche fuori. Mi facevano sentire di nuovo un protagonista importante. Iniziai di nuovo a segnare tanti gol e a conquistare promozioni. Dopo la fusione siamo diventati "Futsal Chiuduno" e abbiamo conquistato il terzo posto alle finale nazionali. Tornando a me, questa squadra, insieme soprattutto ai miei splendidi genitori, sono stati determinanti nella mia vita”.
Adesso al bomber ritrovato è rimasto solo un piccolo grande sogno: “Mi auguro che mia storia possa far capire ai giovani che praticano questo sport, l’importanza di metterci sempre massima voglia e serietà. Io ne avevo tanta, credetemi, purtroppo la fortuna non è stata dalla mia parte. Ora spero di poter vedere, quando lo avrò, mio figlio diventare un grande campione. Come sognavo di fare io”.

 

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Commenti

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  1. Scritto da nado bonaldi AIAC

    Mi complimento per aver pensato al bene dei più giovani,mi auguro che il tuo racconto Li aiuti a considerare lo sport come un momento di gioia ed una importante palestra per affrontare la vita di tutti i giorni adeguatamente preparati.