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Trieste, il vento profuma di caffè e gulash

Un giro nel capoluogo del Friuli Venezia Giulia dove le tradizione letterarie si mescolando a quelle gastronomiche.

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Si fa presto a dire caffè. Ma a Trieste non basta. A quel solo bisillabo qualunque barman rimane in attesa di un’ulteriore specificazione, con espressione interrogativa. Non c’è luogo al mondo, probabilmente, dove il caffè venga richiesto con altrettante innumerevoli varianti, ognuna sintetizzata in uno specialevocabolario cittadino così articolato e complesso che solo i baristi di lungo corso e di buona perspicacia riescono a maneggiare. Se poi alla domanda di come lo volete ‘sto benedetto caffè manifestate incertezza o perplessità entrate subito in possesso della patente di forestiero, che vi rende tollerati ma non inclusi. C’è poi il Caffè con la maiuscola, che sta per luogo, più o meno ampio ma mai angusto, in cui è consentito consumare anche altre bevande ed accampare per un tempoillimitato.Ce n’erano un centinaio nei primi decenni del secolo scorso. Tra i pochi rimasti, il più celebre è il San Marco, quello che ha più tenacemente resistito alla furia modernizzatrice e maggiormente conservato il suo aplomb letterario, assieme al parquet scricchiolante, alle maschere grottesche che ridacchiano sulle pareti, ai tavolini in ferro battuto colripiano di marmo spessoingombrodi libri, checontendonolo spazio atazzine e bicchieri. «Il caffè è un luogo della scrittura. Si è soli, con carta e penna, aggrappati al tavolo come un naufrago sbattuto dalle onde». Così secondo Claudio Magris in Microcosmi . Non ne rivendica un uso così esclusivo, però. Anzi, gioiosamente considera il San Marco «un’arca di Noè, dove c’è posto, senza precedenze né esclusioni, per tutti». La sua è una presenza permanente. Quando non c’è in carne, ossa e penna rimane comunque il suo ritratto, dipinto da Valerio Curgia con colori pastello e appoggiato a un cavallettoinbella vista.
Se c’è qualcosa che non evapora mai dall’atmosfera triestina sono i riferimenti, o perlomeno le allusioni alla ricca letteratura cittadina. Il busto e lo sguardo serio dei protagonisti di quel patrimonio già da tempo mettevano un po’ in soggezione i frequentatori del Giardino Pubblico, a un passo dal San Marco. Poi, qualche anno fa, in epoca di rivalorizzazione e restiling delle Rive e di Cittavecchia, qualcuno di loro è stato liberato dal recinto e reinserito in più ordinari contesti quotidiani, dotato di un corpo bronzeo a grandezza naturale. Dunque è da un po’ che Italo Svevo se ne sta in piazzetta Ortis, davanti alla Biblioteca Civica come in attesa di qualcuno e con l’aria di chiedersi: «ma quanto ci mette?». James Joyce è intento ad attraversare il Ponterosso, come svagatamente diretto verso una di quelle osterie di Cittavecchia che amava frequentare. Ed anche per questo, probabilmente, è il più festeggiato dai passanti abituali che non di rado, sfilandogli accanto, gli sussurrano un «ciao James» accompagnato da una pacca sulle spalle. Più cupo ed accigliato l’Umberto Saba che imbocca via San Nicolò dove c’è ancora la sua libreria. Ma è in evidente postura da combattimento anti-refolo: corpo proteso in avanti, bavero alzato e testa incassata tra le spalle, lembi del cappotto svolazzanti.
Un impiccio, d’inverno, la bora che rimbalza sui muri, finge di scivolare via per poi aggredire a sorpresa, rabbiosamente. Ma è quella, proveniente da nord-est, che ha portato a Trieste gli odori pungenti di gulasch, crauti, cren e maiale bollito che intridono gli ancora numerosi buffet, baluardi contro la diffusione delle paninoteche oggi altrove dominanti. «Qui una società operosa ha ideato un programma di fast food oltre cent’anni prima rispetto al fenomeno del fast food globalizzato», constata con soddisfazione Veit Heinichen, scrittore noir tedesco, triestino d’adozione, che con la complicità della chef Ami Scabar ha compiuto una recente indagine per scoprire «la vera anima della città» attraverso i suoi sapori. Trieste. La città dei venti (edizioni e/o) è il titolo del «gustoso» resoconto. Perché, per quanto la bora sia il vento più egocentrico e invadente, anche scirocco, libeccio, grecale e maestrale, hanno contribuito a riversare aromi provenienti da ogni dove, al seguito delle oltre novanta etnie che in questa Babele adriatica si sono rimescolate. Anche se poi è inevitabile che il fiuto del detective enogastronomico segua in particolare le piste che portano sull’altopiano carsico che cinge la città come una quinta, nelle sue grotte e nelle sue cantine, nelle «osmizze», case private dove si consumano i prodotti autoctoni, liquidi e solidi, finché rimane appesa una frasca di fuori. No frasca no party. E via a cercarne un’altra. Fino in Val Rosandra, dove si spremono olive dai tempi dei romani e tra le sue rocce bianche e strapiombanti, palestra di arrampicatori, gli aromi del Carso e dell’Adriatico (vino, olio, pesce) fatalmente (e felicemente) si incontrano.

(da lastampa.it)
 

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