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“Sei mila chilometri a piedi per arrivare a Bergamo”

Sharif Rezai, 19 anni, dall'Afghanistan ha raggiunto l'Italia in un viaggio durato otto mesi. In tasca aveva solamente 20 euro. Sogna di fare il meccanico.

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Un viaggio di circa seimila chilometri a piedi, attraversando un pezzo di mondo, per arrivare in una terra che rappresenta un miraggio, la rinascita, la promessa. Da Ghazni, in Afghanistan, una città a 2.200 metri di altitudine sulla strada che collega Kandahar alla capitale Kabul, a Bergamo. In tasca venti euro, nessun documento e la voglia di riscattare una vita scandita dalla guerra. Sharif Rezai, 19 anni, lo si incontra alla Comunità Ruah, al Patronato San Vincenzo, alla fine delle sue lezioni di Italiano. Sorride, è gentile, ma la sua cortesia non nasconde la paura, la fragilità di un’esistenza precaria. Aveva solo 16 anni quando scappò per la prima volta dall’Afghanistan. Anche allora la meta, la Terra Promessa, era l’Italia. A piedi o a dorso di un asino, seguiva la carovana dei profughi che abbandonava le città in mano ai talebani. Il passaggio di notte tra i valichi dei monti per sfuggire alla polizia e ai controlli delle frontiere sono i ricordi raccolti in un fagotto della memoria. Dove si possono trovare ancora il freddo, la fame, le notti all’addiaccio e quel sogno condiviso con altri sconosciuti divenuti compagni di viaggio: fuggire dalla guerra.
“Mio padre è morto, mia madre è fuggita in Pakistan con i miei due fratelli più piccoli, una sorella di 8 anni e un fratello di sei – racconta Sharif –. Io studiavo da meccanico, volevo riparare le auto. Ero stanco dei talebani, a Ghazni non ci sono le forze militari internazionali, la città è in mano ai talebani”. L’unica soluzione è la fuga verso l’Occidente.
“Ho salutato mia madre e poi sono partito” è il prologo di un racconto che diventa epico. Il passaggio in Iran sempre da clandestino, il mimetizzarsi tra la folla, il confondersi per aggregarsi ad altri gruppi di persone ed evitare i posti di blocco scandisce un diario di viaggio mai scritto. Ride pensando agli asini che ragliano e che lo portato in groppa fino ai passi di montagna dove è più facile evitare i controlli, ai passaggi in autostop sui camion di merce fino ad arrivare in Turchia. C’è sempre qualcuno che lo aiuta, lo sfama, lo ospita. Perché un ragazzino che fugge è forse l’essere più indifeso che ci possa essere al mondo. Arriva in Grecia e con uno stratagemma si imbarca su una nave che lo porta ad Ancona. “No Fano” si corregge. Alcuni gli consigliano di dirigersi in Germania dove rimane otto mesi quasi recluso in un appartamento alla periferia di una grande città, dove fuggiaschi e immigrati si fondono e si confondo come figure indefinite sullo sfondo. “Una sera venne la polizia, mi portarono al commissariato e mi presero le impronte digitali, mi fecero le fotografie e poi mi dissero che ero espulso”. Nello stratagemma delle leggi comunitarie viene rispedito prima in Grecia e poi, da qui, espulso nella vicina Turchia. Rimane due mesi ad Istanbul come clandestino, si adatta ad ogni lavoro per racimolare 400 dollari e tornare in aereo in Afghanistan.
“Una volta a casa ho provato a studiare arabo, ad adattarmi al volere dei talebani – continua Sharif – ma dopo due anni sono ripartito. Di nuovo sono fuggito verso l’Europa”. È l’aprile del 2010 quando si rimette in cammino. A piedi, o con mezzi di fortuna, evita i posti di controllo, si aggrega alle carovane, attraversa di nuovo l’Iran e la Turchia. Qui si affida a un amico che gli consiglia di approfittare degli autotreni diretti in Europa. “Una notte mi hanno chiamato, ho pagato e mi hanno nascosto in un piccolo posto tra la cabina e il rimorchio – racconta il 19enne afghano –. Ho viaggiato per cinque giorni con la faccia rivolta a terra, avevo fame e tanto freddo. Una mattina, all’alba, l’autista ha battuto dei colpi forti sul mio nascondiglio. Quando sono uscito ha urlato qualcosa, non capivo nulla perché parlava turco e io non conosco quella lingua. Poi mi ha fatto dei gesti con la mano e ho capito che dovevo andarmene. Ma non sapevo dove mi trovavo. Il camionista è salito sul suo autotreno e se ne è andato. Sono rimasto lì, ad un distributore di benzina. Mi sono incamminato, ma con fatica perché ero rimasto immobile per cinque giorni. Alla fine sono arrivato alla stazione dei treni, ho letto il cartello: ero ad Udine”. Qui la polizia lo prende e lo porta in Questura. In tasca Sharif non ha che venti euro ed un cellulare, non ha altro con sé. È l’otto dicembre, sono passati otto mesi dall’inizio del suo secondo viaggio dall’Afghanistan verso l’Italia. Il rito delle impronte digitali e delle foto segnaletiche si ripete. Qualche funzionario però si ferma ad ascoltare la sua storia e lo aiuta nel compilare la richiesta per essere considerato rifugiato politico. A Udine trova ospitalità in una struttura con altri sei ragazzi afghani, poi il 7 marzo di quest’anno viene trasferito a Bergamo dove la Ruah si prende cura di lui. Inizia a prendere lezioni di Italiano. La lingua del suo nuovo Paese. I servizi del telegiornale con le esplosioni , gli spari, gli attentati rimandano ogni sera la cartolina di un Afganistan martoriato dalla guerra e così lontano. Sharif chiama e scrive alla madre riparata in Pakistan. Per lui si riserva pochi sogni, semplici. “Spero di trovare un’officina come meccanico che mi assuma – confida –. E che io possa finalmente riprendere a vivere”.
 

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Commenti

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  1. Scritto da Carlo

    una grande lezione per tutte le mamme che al mattino intasano le strade cittadine con i SUV per portare i rampolli alla scuola (paritaria, ovviamente)

  2. Scritto da libro cuore

    Oh sono commosso….peccato che non sei nel paese del bengodi. Potevi camminare un altro po’ e andare in francia…

  3. Scritto da W la France

    Concordo, libro cuore… In Francia se non dimostri giustamente di poterti mantenere, sei solo un costo per la comunità e vieni respinto.

  4. Scritto da Arturo

    Voi credete a tutto ciò che questa gente racconta?Le prove dove sono?Posso dire anch’io che ho fatto 10000 km a piedi per poter mangiare,quindi mi dovete elogiare.come quelli che denunnciano naufragi di centinaia di persono senza uno straccio di prova.Basta credere a tutto.Allora esiste anche Babbo Natale.

  5. Scritto da Gaetano Bresci

    Mi spiace tanto per te Sharif, tante traversie e Km per arrivare in un paese come questo, con tanta, troppa gente che ha ormai dimenticato il concetto di “umanità” avendo in testa solo quello di “denaro”….e mannaggia alla censura su Bgnews.