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Doni e Zampagna, il tramonto di due eroi nerazzurri - BergamoNews
Atalanta

Doni e Zampagna, il tramonto di due eroi nerazzurri

Matteo Bonfanti, direttore di Bergamo&Sport, pennella gli ultimi passi di due giocatori che hanno dato grandi soddisfazioni ai tifosi della Dea.

di Matteo Bonfanti*

Doni e Zampagna, il poeta e l’ignorante, o se preferite, la classe sopraffina e la forza che in area spacca tutto. C’è stato un momento, neppure tanto tempo fa, è accaduto a Bergamo: Cristiano e Riccardo in campo, uno attaccato all’altro, ad immaginare e a mettere in pratica il calcio quando è meraviglioso. Come tantissimi, io c’ero. Lì ho visti con i miei occhi, ero allo stadio, alle mie prime esperienze da giornalista sportivo. Inutile dire che mi sono innamorato del pallone, soprattutto per come lo intendono quei due lì: dribbling in fascia del fantasista, cross teso a pescare il bomber che in rovesciata s’inventa una rete che resta negli annali.
Ora, per motivi diversi, i due idoli della Nord stanno lasciando il palcoscenico che hanno illuminato. Sabato a Terni, di fronte a migliaia di amici, Zampa-gol ha chiuso il sipario. Lascia a 36 anni, con 514 presenze in carriera e la bellezza di 168 reti, di cui 23 con la maglia della società orobica. I numeri non danno però l’idea di cosa sia stato Riccardo per chi l’ha conosciuto e l’ha visto giocare. Zampagna è stato un ciclone. Anche e soprattutto all’ombra delle Mura Venete, nelle sue annate migliori, il biennio che va dal gennaio 2006 al gennaio 2008. Comunista senza aver paura di dirlo in una provincia dominata dalla Lega Nord; immenso uomo spogliatoio; Riccardo è per molti aspetti uno degli ultimi eroi di un calcio che da un po’ di tempo in qua costruisce buoni giocatori, ma uomini senza personalità. Serve per giocare a pallone? Tantissimo. Perché per fare certe giocate, anche solo per provarle, bisogna avere carattere, fregarsene dei fischi che piovono quando si cicca il pallone a pochi metri dalla porta. Zampa-gol di fischi ne ha sentiti gran pochi. Un po’ perché era fortissimo, un po’ perché ne aveva passate troppe prima di arrivare al calcio che ti fa guadagnare i milioni. A 23 anni faceva il tappezziere, giocava tra i dilettanti, andava in curva a vedere la Ternana e scendeva in piazza per difendere i lavoratori delle acciaierie. Poi nell’estate del 1997 il salto in C2, ingaggiato dalla Triestina e l’inizio di una vita che gli avrebbe fatto girare l’Italia, segnando e facendo divertire il pubblico in tutte le categorie.
Zampagna è fiero della sua carriera, della lunghissima gavetta, persino delle liti con Delneri. Non ha mai abbassato la testa, e, in un mondo dove ad andare avanti sono spesso i ruffiani, la cosa gli fa onore. Qualche mese fa ha presentato a Bergamo il libro che racconta le sue gesta. E’ stato un appuntamento bellissimo, targato Sersao, Riccardo si è svestito dell’abito del calciatore ed ha raccontato tanti piccoli-grandi episodi del suo privato. Ed ha rivelato il suo unico rammarico, quello di aver incontrato Doni troppo tardi. «Ci fossimo trovati a giocare insieme dieci anni prima, avremmo fatto grandissime cose».
Siamo d’accordo con Zampa-gol. E qui apriamo il capitolo che riguarda Doni, 38 anni, 297 presenze in campionato con la casacca orobica. Non sappiamo il suo stato d’animo, ma ce lo possiamo immaginare. Indipendentemente da quello che dirà la giustizia sportiva, l’uomo Cristiano è stato massacrato dai media nazionali. Non c’è neppure una sua intercettazione eppure gran parte della stampa lo ha già messo in croce. Non si tratta così un mito del pallone. Ci vuole rispetto. E poi ci vogliono soprattutto prove. Non frasi prese qua e là da telefonate di persone che in più di un’occasione si sono rivelati dei millantatori.
Ho visto Doni al Celebrity Sport Party, organizzato dalla Onis. Il campionato era appena finito e lo scandalo legato al calcio scommesse non era ancora scoppiato. Mi sono fermato con lui dieci minuti, giusto per chiedergli se avrebbe fatto un’altra stagione con l’Atalanta. Ancora non lo sapeva. Mi ha parlato dei giovani leoni nerazzurri, mi ha detto che gli anni passano per tutti, mi ha fatto intendere che era arrivato il momento di lasciare il campo ad un nuovo Cristiano. Era sorridente, sereno, felice di aver mantenuto la promessa del luglio scorso, quella di riportare immediatamente la sua Dea in serie A.
Da allora è passato meno di un mese, ma è cambiato tutto. Doni se lo sono mangiati le iene dei giornali. L’hanno sbranato, una due dieci volte, spesso con articoli incredibili.
Cristiano sta soffrendo. E’ della stirpe di Zampagna, non è come gli altri. E’ un ragazzo sensibile. Quando Delneri cacciò Riccardone dall’Atalanta, Doni si mise a piangere per l’amico, dimostrando di essere diverso, di non essere solo un calciatore, ma anche un uomo, con i suoi sentimenti. Che adesso sono stati calpestati. L’ha fatto tantissime volte, la speranza è che Cristiano riesca anche in questa occasione a trovare la forza per andare avanti, lasciandosi alle spalle il fango che gli hanno buttato addosso e giocando l’ultima grande stagione da capitano della Dea.
Decidesse invece di appendere le scarpe al chiodo, gli chiederemmo un ultimo grande favore: lui e Zampa, allo stadio di Bergamo, anche solo una ventina minuti, in una partita contro chissà chi. Vederli insieme, inventare uno dei loro gol impossibili, ci farebbe riconciliare con un pallone che in questo ultimo mese sta facendo della giustizia sommaria il suo unico vero credo.

*sempre puntuale direttore di Bergamo&Sport
 

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