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“La piccola Spoleto è un grande miracolo”

Silvia Priori alla vigilia del debutto del festival dedicato al maestro Gian Carlo Menotti racconta il sogno di una vita. «Lo faccio per la gioia della cosa in sé»

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Quando ha ricevuto la telefonata della segreteria del Quirinale che gli comunicava l’assegnazione della medaglia del Presidente della Repubblica, Silvia Priori era sul palco a recitare. Il Cadegliano Festival piccola Spoleto (3-10 luglio), dedicato a Gian Carlo Menotti, e da lei ideato, era entrato nel mondo delle cose che contano, partendo da un piccolo paese di confine. 


Priori, cosa rappresenta per lei questo festival?

«Per me non è un lavoro, è una missione. L’ho sentito così fin da quando sono venuta ad abitare qui. Ho trovato casualmente un opuscolo a Milano che pubblicizzava la vendita di un appartamento a Cadegliano. “Cos’è questo Cadegliano?” mi sono chiesta. Il giorno dopo ero qui e l’ho acquistato: era la casa natale del maestro Menotti. Era il 1994, telefonai a Spoleto e quando gli raccontai l’idea di realizzare il festival a Cadegliano lui si emozionò, perché inizialmente era qui che voleva fare il Festival dei due mondi».
Agli inizi che manifestazione era quella di Cadegliano?
«Era un festival di teatro, musica, pittura, arti sceniche e figurative, molto in piccolo. Menotti che ci tenne a battesimo mandò una lettera dove mi esortava ad andare avanti. Tutti mi dicevano che avrei fatto un buco nell’acqua, ma lui mi spronava. Poi con gli anni è cresciuto, prima insubrico e poi la piccola Spoleto lombarda».
Per una settimana l’arte sarà regina del territorio. Come stanno reagendo gli abitanti di Cadegliano?
«Villa Menotti è già un punto di ritrovo per molte persone del paese. Qui si ritrovano tutti per dare una mano a costruire il museo dedicato al Maestro: dai pittori ai muratori, chiunque abbia un talento da esprimere. Durante il Festival le case e le ville liberty si apriranno per ospitare artisti di tutto il mondo. Cadegliano vivrà una dimensione menottiana perché unirà due mondi: quello della gente comune e quello dell’arte. Menotti amava i semplici e sapeva riconoscere il talento inespresso».
Sembra un piccolo miracolo…
«E’ così. Niente succede per caso, mi sento spinta da una forza che mi fa lavorare, credere e amare più che mai ora. Io sono salda sulla mia vocazione e sul mio amore per l’arte. Percorro un disegno prestabilito che si compone di tutte le esistenze che ho incontrato sulla mia strada: gli insegnanti che ho avuto alla “Paolo Grassi”, a partire da Moni Ovadia, i miei compagni di studio, persone che ho conosciuto quando avevo 20 anni e con le quali c’è un legame che si è rinsaldato con questo festival».
Quante risorse economiche ha richiesto la realizzazione di questo sogno?

«Il festival è fatto con amore e con poche risorse. Molti ospiti, da Don Gallo a Moni Ovadia, vengono per un fine comune: creare una città ideale, al di là del tempo e dello spazio “per la gioia della cosa in sé” che è la risposta che Menotti diede nel ‘58 al giornalista che gli chiedeva il motivo per cui realizzava il Festival di Spoleto. Credo che sia la risposta migliore, perché esistono delle cose giuste in sè».
Perché la decisione di invitare don Gallo?
«Perché è un eretico come Menotti, ama svegliare le coscienze. E così Moni Ovadia, artista fuori dagli schemi. Il Maestro aveva uno spirito libero, ad esempio si rifiutò di fare la tessera fascista, non era legato al danaro, non se ne curava. Il mondo cresce grazie alle scelte etiche».
Menotti ha pagato questa sua eresia?
«Certo. Era il compositore del suo tempo più rappresentato al mondo, un genio, puro e onesto, orgoglioso di essere italiano, ma non abbastanza ricordato e celebrato in Italia. Ecco perché nelle vie di Cadegliano le note di Menotti risuoneranno splendide e sognanti».

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