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Ristorni: il vero problema è la rinuncia al segreto bancario

Il professor Marco Bernasconi, della Usi, non ha dubbi: “Una formale violazione degli accordi, ma la questione è politica”

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frontalieri fotoQuello che ha deciso ieri pomeriggio il Consiglio di Stato del Canton Ticino, in pratica il governo locale, dal punto di vista giuridico ha un nome molto semplice: violazione. «Si tratta di una palese violazione degli accordi risalenti al 1974 che obbligano entro il 30 giugno i cantoni Ticino, Vallese e Grigioni a versare la cifra pattuita dagli accordi stessi». Non ha dubbi il professor Marco Bernasconi, ordinario di diritto tributario alla Usi, Università Svizzera Italiana e docente a contratto di diritto tributario internazionale all’Università Bocconi di Milano. «L’articolo 3 di quegli accordi recita che i tre cantoni (ma anche altri, in una quota del tutto trascurabile) sono obbligati, al più tardi entro la fine del semestre successivo, a versare i contributi all’Italia. Questo per quanto riguarda l’aspetto giuridico della questione».
In realtà, come lo stesso Bernasconi ha spiegato, la questione è di natura squisitamente politica, e la scelta del Cantone sarebbe rivolta solo secondariamente all’Italia: il vero destinatario della decisione sarebbe Berna. «È un segnale alla Svizzera, a muoversi per riallacciare i rapporti con l’Italia e le decisioni di politica fiscale del ministro Giulio Tremonti. Come ho specificato in un intervento pubblicato proprio oggi sul Giornale del Popolo a firma anche della collega Donatella Ferrari, alla base di questa decisione vi sono molte ragioni tra le quali in primo luogo la costante opposizione della Confederazione ad aprire trattative con l’Italia per rivedere i punti essenziali dell’Accordo».
Quali sono le questioni sul tavolo? Prima di tutto, ricorda il professore, la questione della reciprocità: mentre, cioè, l’Italia percepisce una somma pari appunto a quella dei ristorni per i frontalieri che lavorano in Svizzera, lo stesso non avviene per i lavoratori ticinesi, dei Grigioni, del Vallese e d’oltreconfine in generale. Poi la questione della quota dei lavoratori che effettivamente rientrano in Italia al loro domicilio ogni giorno: gli accordi sulla libera circolazione del 2007 siglato tra Svizzera e Ue permettono infatti che i lavoratori possano rientrare anche una sola volta la settimana: «L’apertura di un negoziato su questa partita da parte della Confederazione sarebbe stata quindi indispensabile già a partire dal 2008, per definire la percentuale di frontalieri esclusa dal ristorno – scrive il professore nell’articolo di fondo al Gdp».
Ma allora perché la Confederazione non ha riattivato i tavoli per ridiscutere questi argomenti? Alla base vi sarebbe una motivazione di natura politico-diplomatica. La riapertura dei tavoli di confronto avrebbe infatti messo in discussione un tema delicato per la Confederazione quale «lo scambio di informazioni bancarie: l’Italia insiste per ottenere lo scambio di informazioni automatico che comporterebbe la rinuncia del segreto bancario».

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