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Referendum, si aprono i seggi: la giornata di uno scrutatore

Senza la pretesa di imitare il genio di Italo Calvino, prendiamo a prestito il titolo di una sua importante opera per raccontare ai nostri lettori come si svolge una giornata referendaria in un seggio di periferia, a Bergamo.

La giornata di uno scrutatore

di Amerigo Ormea

Senza la pretesa di imitare il genio di Italo Calvino, prendiamo in prestito il titolo di una sua importante opera del 1963 per raccontare ai nostri lettori come si svolge una giornata referendaria in un seggio di periferia, a Bergamo. E’ un modo per far conoscere a chi non l’ha mai fatto i meccanismi e le persone che da sabato pomeriggio a lunedi sera operano nelle aule scolastiche prestate allo scopo. E che noi scorgiamo per un attimo nella veloce passata per votare. Come dall’opera di Calvino, possono nascerne riflessioni e divagazioni interessanti.

La preparazione del seggio di sabato 11 giugno

Ore 17,20
Per oggi è finita. Si infila tutto in buste, chiuse e firmate; si sigillano e firmano le urne; si mette lo scotch perfino sulle finestre. Si esce dall’aula lasciando la luce accesa. Scotch e firme anche alla porta, chiusura a chiave, il presidente si porta la chiave a casa: nessuno può entrare nella notte. E cosa dovrebbero entrare a fare? Boh. A casa, e a letto presto. Domani faccio il turno d’apertura alle 8. Anzi, ha detto il presidente, vi voglio qui alle 7,50. Possibilmente con le brioches. Sarà una lunga giornata.

Ore 17,10
Mentre riponiamo le schede nelle scatole, il presidente e la vice affiggono manifesti, spostano banchi e tavoli, preparano la “scena”. Dalle aule vicine arrivano analoghi rumori di sedie smosse. Il presidente ci mette in posizione e ci fa fare una simulazione di voto: io sono al registro degli uomini. Tessera elettorale, carta d’identità, verificare, registrare, firmare, consegnare schede e matita, ritirare la matita dopo il voto, controllare che ogni scheda vada nell’urna giusta, riconsegnare i documenti. Sembra facile. Alla segretaria è assegnato il compito, nottetempo, di capire cosa fare se qualcuno (ahinoi) non ritira tutte le schede.

Ore 16,30
Ogni tanto entra l’impiegata del comune, dà comunicazioni, chiede firme al presidente. Tutto mi sembra tranquillo. Continuiamo a timbrare, firmare, piegare. E contare: il presidente spiega che la sindrome dello scrutatore è “la scheda che manca” e i conti che non tornano: quindi occorre essere sempre certi del numero.

Ore 16,20
Mentre timbriamo e firmiamo, la segretaria comincia a farci firmare pagine di registri. E’ tutto doppio. Mi fa già male la mano. Il presidente intanto ci spiega: qui ci si dà tutti del tu, dobbiamo scrivere su un foglietto i numeri di cellulare per poterci rintracciare alla bisogna, facciamo i turni delle presenze per domenica e lunedi. Da lunedi alle 15 occorre esserci tutti. Per fare i turni, usiamo il portatile del presidente, strumento che contrasta con la vetustà degli altri strumenti: quando dalla magica cassa escono le matite, non possiamo trattenere uno scoppio di ilarità. Mi spiegano che è il bene cui bisogna prestare più attenzione: guai se alla fine ne mancasse una! In galera!

Ore 16,10
Il presidente ha nominato vicepresidente una ragazza che ha già fatto la scrutatrice e quindi è considerata esperta: quando non ci sarà il presidente dovrà esserci lei. E’ un po’ emozionata, però contenta.

Ore 16,00
Si comincia. Aperto lo scatolone, si contano le schede per ciascun referendum nel numero adeguato agli elettori della sezione, si timbrano, si firmano sul retro, si mettono via a pacchi di 50. Tutti lavorano in silenzio, timorosi di sbagliare. C’è un po’ di sacralità in tutto questo, ma forse è giusto: stiamo facendo una cosa seria, importante. Il timbro è di quelli che si vedono nei film di Sordi o Totò: un reperto del passato che sporca le mani dopo un attimo. Dobbiamo stare attenti a non macchiare schede e registri.

Ore 15,55
Cerco la mia sezione. Trovo davanti alla porta presidente e altri componenti. Quando ci siamo tutti, il presidente apre la porta; trasportiamo dentro uno scatolone di plastica. E’ da quindici anni che non entro in un’aula di scuola elementare. Pardon, primaria. Sono un po’ intenerito. L’aula è pronta: le cabine a un lato, qualche banco e sedia, quattro grandi urne di cartone. Io sono intimorito, non so da che parte voltarmi, ma il presidente ha già esperienza, meno male. E anche un paio di ragazzi hanno già fatto lo scrutatore. La segretaria invece è a digiuno come me, ma il presidente l’ha messa in un angolo a studiare i regolamenti.

Ore 15,50
Arrivo nella scuola elementare di periferia dove sono assegnato: qui sono installate quattro sezioni elettorali. C’è aria di primo giorno di scuola mentre arrivano i componenti dei seggi. Gente che si conosce, saluti, battute. Ci sono un paio di dipendenti comunali che probabilmente sono a questi seggi dai tempi del referendum repubblica-monarchia, perché conoscono tutti e tutti li conoscono. Sicuramente sono una bella garanzia perché tutto vada bene. Poi c’è una poliziotta, già rassegnata a una noia colossale. Ha davanti a sé una pila di riviste e settimane enigmistiche.

 

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