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Zaia: “Ogni bomba sulla Libia, una barca che parte per l’Italia”

Il governatore del Veneto spiega le ragioni del carroccio nell'opporsi alla decisione del governo di bombardare. E distingue sugli sbarchi: "quelli che arrivano ora dalla Libia sono veri profoghi"

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 «Non siamo andati al governo per fare la guerra, né per prenderci in casa i profughi». Luca Zaia, governatore del Veneto, rilancia da Gallarate la posizione della Lega sull’intervento in Libia. Piglio brillante da ex PR e discorso concreto da (quasi) contadino, sintetizza bene l’analisi geopolitica – grossolana, ma di certo concreta – sul conflitto nordafricano: «Non siamo analisti, ma l’abbiamo capito: ogni sasso che cade in Libia, è una barca che parte per le coste dell’Italia. Sono iniziati i bombardamenti e stasera abbiamo visto il primo sbarco di 800 persone. Bombe sì o bombe no, non è secondario: per ragioni etiche ma anche opportunistiche». La linea del carroccio contro la scelta di bombardare è netta e condivisa, non solo dall’ala lombarda del Carroccio, ma anche da quella veneta, non meno importante.
Dall’ex ministro dell’agricoltura, insieme alle lodi al titolare degli Interni Roberto Maroni, arriva anche un distinguo sugli imponenti flussi migratori connessi ai sommovimenti nel Maghreb: «Quelli che arrivano ora sono veri profughi, libici ed eritrei che scappano dalla morte, la Convenzione di Ginevra dice che bisogna aiutarli in questo momento». Diverso il discorso sui tunisini, «che arrivano con gli occhiali e i vestiti firmati» e che pensano «che qui sia il Paese del Bengodi». "Merito" – dice Zaia – anche di certi comportamenti esaltati dalla tv che arriva fino in Nordafrica e che trasmette «le immagini dei festini del premier e delle veline». La Lega è una cosa diversa dalla cultura berlusconiana. E anche Zaia non manca di sottolinearlo. Anche se in serata è stato lo stesso Umberto Bossi, dalla festa dei Giovani Padani, a chiarire che l’alleanza è ancora salda: «La sinistra spera di far cadere il governo, non gliene frega niente della guerra. Ma il nostro discorso è diverso».

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