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Ermanno Olmi e il Bel Paese perduto

Il regista e sceneggiatore bergamasco racconta in un???intervista a Repubblica l???Italia in cui sperava e che purtroppo non si ?? realizzata.

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Con una sua iniziativa – “Noi sognavamo” – avviata mercoledì La Repubblica vuole costruire una narrazione su come sia cambiata l’Italia negli ultimi decenni, attraverso le parole di chi ha vissuto sulla sua pelle tale cambiamento.
Per Ermanno Olmi, il rapporto con la sua patria è costellato di speranze deluse. Il pluripremiato regista e sceneggiatore bergamasco ricorda con malinconia la visione che lui (assieme a molti altri) aveva dell’Italia nel secolo scorso: “Noi sognavamo una casa comune: le fondamenta e le pietre angolari erano la Costituzione italiana. E’ stato un momento breve ma di grande intensità, come quando si vive il primo innamoramento”. Un ritratto che è stato corroso dal tempo e che è stato sostituito oggi dall’immagine di “un paese che ha perduto l’anima, avendo barattato quel sogno con il benessere. E anche la fisionomia della dimora comune ci appare irriconoscibile”.
Una descrizione cupa, che sembra accordarsi con chi sostiene che la 150enaria Italia sia più divisa che unita, sul filo delle molte denunce di attacchi alla Costituzione, ideale cemento che unisce i cittadini per formare la nazione. Troppe crepe, troppe divisioni. Ermanno Olmi ne cita una tra le tante, quella tra cultura popolare e cultura d’élite, nata fin dal dopoguerra. “Le classi più povere formulavano progetti ricavati dall’esperienza di lavoro, ma non c’è stata una convergenza con i ceti intellettuali cosiddetti alti”. Una divaricazione approfondita dalle diverse forme di comunicazioni, le stesse che dovrebbero unire e congiungere. Il regista bergamasco cita un’esperienza personale recente, spiegando come abbia trovato in un quotidiano una parola come ‘apoftegma’, definendola “un’offesa a milioni di persone” per la sua carica arcaica ed elitaria. Ma si può estendere questa critica ad altre forme come il politichese ed il burocratese, che dovrebbero spiegare e non confondere. Anche la televisione è portatrice di questa carica divaricatrice, come ben sa Olmi stesso, avendo operato in quel campo. Solo pochi sono stati in grado di sfruttare in modo universalmente comunicativo questo mezzo (cita ad esempio “L’età del ferro” di Roberto Rossellini).
Anche i libri – definiti da Olmi come “cultura cartacea” – non sono esenti dai problemi comunicativi, perdendo troppo spesso la capacità di “modificare la realtà” grazie alla testimonianza, solo mezzo per acquisire vera conoscenza. Troppo spesso si parla senza avere cognizione di causa e questo male affligge anche gli stessi intellettuali, vuoi per una cultura settoriale assunta come universale, vuoi per presunzione: per esemplificare questa sua affermazione Olmi cita la polemica con Moravia, che riportava “osservazioni da borghese di salotto” su “un mondo che non conosceva” come quello de “L’albero degli zoccoli”. Una cultura popolare – quella del “buon odore del fieno”, non necessariamente incompatibile con la modernità – che viene annegata. Un’idea democratica, la cui nascita – prevista dopo il superamento della miseria del dopoguerra – è stata purtroppo mancata e soppiantata da “una società di compromessi e di opportunismi” che secondo Olmi ha impedito di “formare il cittadino democratico”: un “grande appuntamento perduto con la storia”. Nonostante tutto, Ermanno Olmi si sente in profondo debito con l’Italia che gli “ha regalato tanto, nel paesaggio e nell’arte, nella musica e nel pensiero scientifico”, sottolineando che molti non capiscono quanto abbia donato l’Italia ai suoi abitanti ed insistono – penosamente secondo Olmi – a “distruggere la casa comune”.
 

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Commenti

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  1. Scritto da giulietta

    Ermanno Olmi una tra le poche voci libere,ancora una volta ci manda un suo messaggio semplice per riflettere sul futuro della nostra nazione,su cos’è stata nel passato e come si è trasformata ora.E’ un invito a riflettere per cambiare,e migliorare la nostra società.

  2. Scritto da antonello morandi

    Era meglio riportare l’intervista integrale piuttosto che questa melassa ridondante e pseudointellettuale che mischia le profonde riflessioni del grande regista con considerazioni ideologiche ed infantili.