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La maternità genera stress da lavoro

Colpisce una donna su due, causa mancate sostituzioni e difficili ricollocazioni sul lavoro dopo il parto.

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La sindrome da "stress lavoro-correlato" colpisce un lavoratore su quattro, ma l’indice sale ad una su due per le donne in maternità, causa mancate sostituzioni e difficili ricollocazioni sul lavoro dopo il parto e delle possibili tensioni con i colleghi, a loro volta stressati dalle mancate sostituzioni. Ad evidenziarlo sono le rilevazioni del Laboratorio Fiaso (la Federazione italiana delle aziende sanitarie ed ospedaliere) sul Benessere organizzativo.
In oltre il 60% dei casi le lavoratrici che vanno in maternità in Asl e ospedali pubblici non vengono sostituite per via delle sempre più austere politiche di bilancio imposte dai tagli alla sanità pubblica regionale. Il Laboratorio avviato da Fiaso sarà seguito anche fuori dal perimetro della sanità visto che le Asl e gli Ospedali coinvolti stanno facendo da apripista nella Pubblica amministrazione nel rilevare lo "stress da lavoro correlato" e individuare le relative misure per migliorare ambiente e clima lavorativo, così come prevede la normativa europea entrata in vigore il primo gennaio di quest’anno.
Lo stress interessa quasi un lavoratore europeo su quattro ed é il secondo problema di salute legato all’attività lavorativa. Per non parlare delle giornate di lavoro perse dai lavoratori "stressati": oltre la metà delle assenze per malattia per un costo stimato nell’ordine dei 20 miliardi di euro nei 15 Paesi Ue. Problemi che in sanità si moltiplicano. "In ospedale o in ambulatorio – spiega il Giancarlo Sassoli, coordinatore del laboratorio Fiaso e direttore generale della Asl 12 di Viareggio – è comprovato che i sanitari sottoposti a maggior stress da lavoro correlato commettono anche più errori clinici".
La sanità, grazie alla Fiaso, ha avviato in anticipo con i tempi previsti dalla normativa la sperimentazione del decreto, alla quale partecipano 16 aziende sanitarie e ospedaliere, che con oltre 60mila dipendenti sono un campione rappresentativo del territorio nazionale. Intanto è stata stilata una check list di possibili fattori di rischio: assenze per malattia, lavoro notturno, reperibilità, fattori legati alle relazioni sociali nell’azienda, alla formazione o alla gestione del lavoro. Nei prossimi mesi verrà inviato ai dipendenti delle aziende coinvolte un articolato questionario sul Benessere organizzativo percepito (Bop), per valutare gli aspetti soggettivi (ad esempio il senso di identità aziendale), che contribuiscono a migliorare o peggiorare il clima lavorativo.
Secondo l’indagine della International Personal Management la "riorganizzazione del benessere aziendale" genera un miglioramento del 30% delle prestazioni individuali. Il Rapporto Asfor (l’Associazione Italiana per la Formazione manageriale) dice che il 27,5% delle aziende italiane forma il proprio management per migliorare il benessere lavorativo e la produttività dei dipendenti e dove migliora il "clima interno" la produttività cresce di oltre il 27% e, quel che forse più conta, la customer satisfaction, ossia l’indice di gradimento dei clienti, sale di ben 47 punti percentuali.

(da tiscali.it)
 

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