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Faccio resuscitare le parole morte

L'artista Sabrina D'Alessandro ha predisposto un ufficio resurrezione per tutte quelle parole scomparse dal vocabolario. Una mostra e un libro svelano una missione senza precedenti

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Se qualcuno vi dice che siete una persona piena di «Mitidio», non preoccupatevi vi sta dicendo che esprimete saggezza, giudizio. Sono tante le parole scomparse dal nostro vocabolario. È un fenomeno che appartiene alla natura stessa del linguaggio, perché le parole sono in continuo movimento, si fanno contaminare, si trasformano e spesso muoiono nell’indifferenza più totale. Sabrina D’Alessandro, artista della parola, ha deciso di farle resuscitare attraverso una mostra e un testo, “Il libro delle parole altrimenti smarrite” (Rizzoli) che sarà nelle librerie a partire dal 20 aprile prossimo con la prefazione di Stefano Bartezzaghi.
In questi giorni la mostra è stata ospitata nelle Sale Nicolini a Biumo Inferiore (meritava più tempo!). Al pianterreno era stato predisposto il cimitero delle parole, rappresentato da una catasta di fogli accartocciati pronti per la discarica, alle pareti una tappezzeria di espressioni defunte. Al piano superiore una serie di opere per «esprimere la bellezza di queste parole, la loro personalità e il valore delle idee in esse contenute».
Sabrina D’Alessandro ha aperto un reparto di rianimazione dedicato alle parole e con una serie di operazioni (ricercandole, indagandole, espandendole, combinandole, reinterpretandole, oggettificandole, artefacendole) compie il miracolo della loro resurrezione. L’operazione è interessante perché ci mette di fronte al limite del nostro linguaggio– sempre più contratto e mutilato per adattarlo alle nostre protesi elettroniche – e quindi alla nostra concezione del mondo. Non a caso cita Wittgenstein «I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo».
L’ufficio resurrezione , presidiato dall’artista, ha dunque una missione nobile: restituire la ricchezza del linguaggio alle persone, ovvero la «ricchezza dell’immaginario». E lo fa in un modo gioioso, grazie a disegni fantasiosi (buglioni, ovvero mescolanze di immagini e parole desuete  di diversa specie) che accompagnano come lapidi le parole passate a peggior vita. 
Così Bartezzaghi: «Ammiro molto Sabrina D’Alessandro per aver avuto la capacità di costruire con questo libro una macchina che rimette in vigore parole meravigliose, che ci paiono risuonare di una musicalità che non abbiamo mai sentito, splendere di colori che non abbiamo mai visto. Le parole smarrite, le loro sillabe enigmatiche hanno da dire qualcosa che non si perde mai e ci riguarda da vicino».

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