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Ultimatum non rispettato, ucciso volontario italiano

È finita in tragedia l'avventura di Vittorio Arrigoni, l'attivista filopalestinese italiano rapito ieri mattina nella Striscia di Gaza da un commando ultra-estremista salafita.

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È finita in tragedia l’avventura di Vittorio Arrigoni, l’attivista filopalestinese italiano rapito ieri mattina nella Striscia di Gaza da un commando ultra-estremista salafita. Il suo corpo senza vita è stato trovato in un appartamento di Gaza City dai miliziani di Hamas, a conclusione di un blitz condotto nel cuore della notte: diverse ore prima della scadenza dell’ultimatum che i sequestratori avevano fissato in teoria alle 16 di oggi per il rilascio dei loro «confratelli» detenuti, pena l’uccisione dell’ostaggio. Secondo la versione di Yiab Hussein, portavoce del ministero dell’Interno del governo di fatto di Hamas a Gaza, Arrigoni sarebbe stato soffocato già prima del blitz. Anzi, «qualche ora prima». Le ricerche – affiancate dai primi tentativi della Farnesina di stabilire un qualche contatto diplomatico umanitario che non c’è stato nemmeno il tempo d’intrecciare – erano scattate nel pomeriggio di ieri, dopo la diffusione d’un video sul sequestro: rivendicato da una sigla poco nota della galassia salafita di Gaza che si ispira alle parole d’ordine di Al Qaida, la Brigata Mohammed Bin Moslama. Nel video il volontario italiano appariva bendato e col volto insanguinato, mentre scorreva una sovraimpressione in arabo che lo accusava di propagare i vizi dell’Occidente fra i Palestinesi, imputava all’Italia di combattere contro i Paesi musulmani e ingiungeva a Hamas di liberare i salafiti detenuti nella Striscia entro 30 ore (le 16 italiane di oggi). Poi, nella notte, è arrivata la svolta. Secondo Hussein, le indagini hanno portato all’arresto d’un primo militante salafita, il quale ha condotto gli uomini di Hamas fino al covo: un appartamento nel rione Qarame, a Gaza City, che i miliziani delle Brigate Ezzedin al-Qassam (braccio armato di Hamas) hanno espugnato nel giro di pochi minuti, dopo una breve sparatoria conclusa con la cattura di un secondo salafita. Per Arrigoni, però, ormai non c’era più nulla da fare, ha detto il portavoce. Hussein ha espresso la volontà di Hamas di «stroncare ora tutti i componenti del gruppo» dei rapitori e ha condannato l’uccisione di Arrigoni – indicato come «un amico del popolo palestinese» – definendola «un crimine atroce contro i nostri valori». Egli ha aggiunto che «ci sono forze che vogliono destabilizzare la Striscia di Gaza, dopo anni di stabilità e sicurezzà. E ha inoltre ipotizzato che gli ultraintegralisti – protagonisti negli ultimi due anni di veri e propri tentativi di sollevazione contro Hamas, come quello represso nel sangue nel 2009 nella moschea-bunker di Rafah – abbiano sequestrato Arrigoni non solo per cercare di ottenere il rilascio dei loro compagni arrestati, ma anche perchè ideologicamente ostili alla presenza di stranieri e ‘infedelì: e decisi quindi a lanciare un segnale intimidatorio in vista del possibile arrivo d’una nuova flottiglia internazionale di attivisti filopalestinesi. Arrigoni era stato il primo straniero a essere rapito a Gaza dopo il giornalista britannico della Bbc Alan Johnston, catturato circa quattro anni fa da un altro gruppo locale simpatizzante di Al Qaida, l’Esercito dell’Islam, e liberato dopo 114 giorni di prigionia e lunghe trattative sotterranee. L’attivista italiano erano molto noto a Gaza dove lavorava a da tempo per conto dell’International Solidarity Movement, una Ong votata alla causa palestinese. Aveva partecipato in passato fra l’altro alla missione di una delle prime flottiglie salpate per sfidare il blocco marittimo imposto da Israele all’enclave dopo la presa del potere di Hamas nel 2007 seguita all’estromissione violenta dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) del presidente moderato Abu Mazen

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