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“Portai alla Robur l’attenzione al benessere sul lavoro”

Luisella Guerra racconta come negli anni Settanta il suo arrivo (forzato) in azienda coincise con una sorta di rivoluzione.

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“La squadra vince se è mista” era lo slogan del convegno promosso da Confindustria Bergamo. A dimostrazione che non si tratta di una frase fatta, Luisella Guerra ha portato la storia della sua esperienza in Robur, l’azienda di famiglia.
“La nostra è una vicenda esemplare. Dimostra che la complementarietà tra uomini e donne è davvero una soluzione vincente. All’inizio il rodaggio è faticoso, ma se la cooperazione è reale e soprattutto continua, si ottengono risultati eccezionali”.
E’ stata lei a portare la rivoluzione in azienda.
L’impegno in prima linea è iniziato quando ero in attesa del quinto figlio. Ma già da anni mi confrontavo con mio marito. Io ho una formazione umanistica. Facevo l’insegnante. Ma la sera capitava che ci si ritrovasse a parlare dei problemi dell’azienda confrontando i diversi punti di vista.
Il suo “debutto” è stato graduale.
Le mie prime apparizioni risalgono al 1976-77. Qualche volta mio marito mi chiamava per discutere di qualche problema. Si era reso conto che io gli potevo offrire un approccio diverso. Avevo delle potenzialità che potevano essere sfruttate.
Lei non fu subito convinta.
No, sulle prime gli dissi di no. Mi sentivo già appagata. Ero madre felice, aiutavo in oratorio, avevo le mie passioni che potevo coltivare con piacere.
Ma suo marito le ha dato l’aut aut.
Nel 1978 mi ha detto: adesso vieni in azienda in pianta stabile. Sembra una forzatura, ma non lo è stato. Evidentemente, i tempi erano maturi. Io mi sono avvicinata in punta di piedi. Non volevo che venissi vissuta come la moglie del padrone.
Quale fu il suo primo impegno?
Notai che c’era un vuoto. Un sacco di cose importanti per l’equilibrio e il benessere delle persone che lavoravano in azienda erano trascurate o non considerate.
Ha portato una ventata d’aria nuova.
Nel mio carattere c’è l’attenzione agli altri, la capacità di ascolto e di confronto. Ciò ha creato un po’ di scompiglio. Me ne sono accorta dopo. Le reazioni negative non sono mancate. C’erano delle barriere mentali che sembravano insuperabili. Non ci si rendeva conto che c’erano potenzialità inespresse. Ma non mi sono mai scoraggiata.
Si è affidata alle donne per iniziare.
E’ vero. Ho costituito un gruppo femminile a cui ho chiesto di ragionare sulle condizioni dell’ambiente di lavoro. Una cosa banale, se si vuole. Ma ci siamo resi conto che si operava in un luogo freddo, poco confortevole. Lì bisognava agire subito per migliorare la qualità. Mio marito ha capito subito e mi ha appoggiato.
Cosa avete fatto?
Abbiamo ristrutturato gli uffici, migliorato la loro pulizia, creato uno spazio per la pausa caffè. Mi rendo conto che possono sembrare cose minime, ma a fine anni settanta erano progressi importanti. Che non a caso suscitarono qualche reazione negativa.
Da parte di chi?
I dirigenti mostrarono una certa contrarietà. Io allora li convocai e con una parabola su Cristoforo Colombo li conquistai. Da quel confronto nacque all’interno dell’azienda il Gruppo Promotori Opportunità. E’ stata una iniziativa che non esito a definire rivoluzionaria. Perché da lì è partita una meravigliosa avventura imprenditoriale ed umana. Mi sono conquistata la fiducia sul campo. Dopo, ma solo dopo, è arrivata dal Giappone la filosofia della “qualità totale”. Ma noi, senza saperlo, l’avevamo già sperimentata e applicata.
Quanto è stata importante la componente femminile?
Molto. Abbiamo inserito tante donne, con attenzione particolare alle persone cariche di entusiasmo. Per noi è importante la passione. Le donne ne hanno da vendere.
Infatti in Robur occupano ruoli sempre più rilevanti.
Oggi sono donne il direttore tecnico, il direttore marketing, il direttore amministrativo e il direttore del personale. Sono tutte signore in gambissima. Con l’inserimento di queste figure si è creato una squadra mista davvero vincente.
 

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Commenti

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  1. Scritto da Aristide

    Questo era il significato del mio intervento non pubblicato (cfr. #4): ma l’intervistatore non poteva essere un po’ più “ficcante” (come si dice)? Se l’intervista fosse stata più equilibrata, coloro che sono intervenuti ai post # 1, 2, 3 e 5 non avrebbero avuto ragione di protestare. Io l’ho sempre detto, la pretesa di giornalismo anglosassone fa sorridere, ed è anche provinciale. Però alle volte un po’ di anglosassonicità non guasterebbe.

  2. Scritto da ex Robur

    Fanno parte della serie di imprenditori che aiutano l’oratorio, la polisportiva, la pro loco, se possono anche la squadretta di calcio del quartiere, ma invece ai dipendenti niet!! provare a lavorarci per credere.

  3. Scritto da sole sun

    Io ci ho lavorato in questa ditta……., e quando le cose non andavano bene il lato umano-umanistico se ne andava da un altra parte.
    Mi trattengo da altri commenti più severi visto che c omunque ritengo la luisella guerra una brava persona.

  4. Scritto da ex robur mai pentito

    l’intenzione c’era ,la risposta fu ben altro ……………..chiedetelo ai molti che hanno lavorato o lavorano in robur

  5. Scritto da marilena

    Sembra un romanzo di liala…La signora è anche una pittrice, ha scritto libri, si occupa dell’oratorio di verdello, quante cose riesce a fare! Mi piacerebbe sentire il parere di altre persone che hanno lavorato con lei, io qualche dubbio ce l’ho…”Dove c’è molta luce l’ombra è più nera”(goethe)