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Maniaci e la tv che denuncia la mafia

L’informazione gioca un ruolo fondamentale nella lotta alla mafia, sopratutto al sud. Peter Gomez, Luca Rinaldi e Pino Maniaci ne discutono con i ragazzi di Legalitàlia

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TV, carta stampata e blog. Si parla di informazione a 360 gradi al Sociale davanti ad una platea di ragazzi di terza e quarta superiore. La televisione, cardine dell’informazione della maggioranza delle persone, non è solo Rai o Mediaset. Nel cuore della Sicilia, tra Corleone, Cinisi e Partinico c’è una emittente che supera di misura tutte le altre. E’ TeleJato. «Una televisione a conduzione famigliare» dice il fondatore, Pino Maniaci, che tutte le sere «incolla davanti allo schermo migliaia di persone». Il canale, che copre circa 25 comuni dell’entroterra siciliano, si dedica quasi esclusivamente al fenomeno mafioso. «Noi facciamo nomi, raccontiamo il malaffare e denunciamo le connivenze perchè -e questo è lo slogan della tv- loro saranno uomini d’onore e per noi è una questione d’onore disonorarli».

La linea editoriale di TeleJato ha ovviamente creato molti problemi a Pino e alla sua famiglia. «Ormai -racconta- oltre alle 308 querele che ho ricevuto, saremo ad una quarantina di gomme tagliate, qualche aggressione fisica, un’auto bruciata e anche un piano per farmi fuori». Ma fare informazione in quella zona del profondo sud dove «gli ultimi 4 governatori della regione sono stati processati o arrestati per mafia» è per Pino «una missione». Il paradosso è che «io sono stato rinviato a giudizio per “esercizio abusivo della professione giornalistica” perchè non avevo la tessera da giornalista ma sono stato assolto grazie all’articolo 21 della costituzione». L’importante per TeleJato rimane comunque «denunciare il cordone ombelicale che collega la mafia alla politica» e che deve spingere «a metterci insieme per scardinare il sistema e ripulire il paese». Il senso del ruolo fondamentale che l’informazione gioca nel contrasto alla mafie è dato dal fatto che «nei 25 paesi dove arriva il segnale di TeleJato, la maggioranza dei negozi ha iniziato a non pagare più il pizzo».

Ma oltre alla televisione, esistono anche giornali indipendenti come “il fatto quotidiano”. Peter Gomez, direttore della versione on line del giornale, racconta ai ragazzi come «“il fatto” sia nato da una scommessa mia, di Marco Travaglio, Antonio Padellaro e Marco Lillo». I quattro giornalisti volevano fare un giornale «che non ricevesse alcun finanziamento pubblico e che vivesse solo grazie ai suoi lettori». E appena lanciata l’idea, hanno ricevuto 40mila abbonamenti “a scatola chiusa”. Oggi “il fatto” conta 100mila copie vendute e 400mila utenti unici sul sito ogni giorno. Il segreto di questo successo sta nel fatto che «non abbiamo padroni che ci dicono cosa scrivere e cosa non scrivere. Parliamo di tutto a 360 gradi e se sbagliamo qualcosa lo facciamo senza che qualcuno ci abbia detto di farlo».

Infine Luca Rinaldi, blogger che tratta quasi esclusivamente di mafia e criminalità organizzata, ha spiegato ai giovani studenti come sia facile parlare di mafia e trovare documentazione in rete. Il grande problema per chi si occupa di mafia su internet è che «ci sono oggi numerose proposte di legge che, se venissero approvate, metterebbero in ginocchio tutti i blogger».  Un lungo striscione appeso sotto il palco recitava eloquentemente “anche il silenzio è mafia”. Nella lotta alla criminalità organizzata i media giocano indubbiamente un ruolo fondamentale e i ragazzi l’hanno capito. Su un cartello portato in corteo, infatti, campeggiava la scritta “parlatene in tv, parlatene sui giornali, parlatene alla radio…ma parlatene”.

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