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Lascia il Governo la bergamasca del Canton Ticino

Dopo 12 anni vissuti da protagonista nel governo del Canton Ticino, Patrizia Pesenti, figlia di emigranti bergamaschi partiti da Cenate Sopra, si appresta a lasciare il Palazzo.

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Dopo 12 anni vissuti da protagonista nel governo del Canton Ticino, Patrizia Pesenti, figlia di emigranti bergamaschi partiti da Cenate Sopra, si appresta a lasciare il Palazzo. Lo fa a 53 anni, coerente con la sua visione di rinnovamento della politica e con il suo proposito di non andare oltre i tre mandati. In questa fine settimana l’elettorato ticinese sarà chiamato a rinnovare il parlamento, Consiglio di Stato (esecutivo) e Gran Consiglio (legislativo).
“La politica però non finisce mai”, dice lei: soprattutto dopo averla esercitata ai livelli più alti. Madre di Eleonora, avvocato, già giudice dei minorenni, Patrizia Pesenti era entrata in governo sorprendendo tutti e forse fu una sorpresa anche per lei stessa. Si impose infatti su candidati di ferro, dati per sicuri vincenti, anche perché rappresentavano un’ala ideologica più radicale rispetto ad una visione socialdemocratica dichiarata. Patrizia Pesenti ha convinto con la sua sensibilità di donna, con la sua preparazione e capacità di affrontare i problemi, con la sua riconosciuta signorilità di gestire – come ha fatto in tre legislature – un settore bollente come la sanità. Dopo essere stata in predicato di arrivare fino alla massima istituzione elvetica, il Consiglio federale, è possibile che nel prossimo autunno oppure fra 4 anni, questa elegante signora della politica sia candidata dal Partito Socialista per un posto al Consiglio Nazionale (la nostra Camera dei deputati).
Ora lascia con la certezza di avere ben operato e anche con la soddisfazione di essere stata Presidente del Governo di quel Paese che aveva accolto i suoi nonni in cerca di lavoro e di un futuro. Coltiva forti i ricordi delle estati che da bambina e poi via via da donna trascorreva a Cenate Sopra presso i parenti, dove ama ancor oggi tornare. Nel 2007 era stata ospite d’onore all’Incontro internazionale dei bergamaschi, organizzato dalla Provincia con il Presidente Valerio Bettoni. La sua affermazione come donna e come politica è contenuta nel libro “Storie in valigia”, di Laura Di Teodoro e Giuseppe Zois, e ben si colloca nel lungo ponte che va “dall’albero degli zoccoli all’algoritmo del telefonino”, cioè da Ermanno Olmi ad Andrea Viterbi. Da questo libro riprendiamo alcuni stralci dell’intervista.

“Mio nonno Bonaventura era nato e cresciuto a Bergamo e per motivi di lavoro si era recato a Reggio Emilia, dove aveva incontrato e conosciuto la nonna, Maria Vincenti, di origini lucchesi. Il ceppo era a Cenate Sopra, una frazione di San Leone, che si chiama S. Ambrogio. È sempre un’emozione ricordare quei luoghi, che sono meravigliosi e che conservano in me il sapore dell’estate, di lunghe giornate di giochi, di compagnia, di serenità, di affetti”.
I valori veri si vivono e si traducono dagli esempi, non sono quelli declamati.
“Nonni e genitori ci hanno fatto una scuola autentica di semplicità, di schiettezza, di modestia, con un forte senso dell’impegno per dare sempre il meglio di sé. Davanti a una situazione, fare tutto quello che si può e poi lasciare il risultato nelle mani del destino”.
Papà Battista Pesenti era arrivato da piccolo a Gordola e qui aveva frequentato le scuole elementari, poi era rientrato in Italia per la guerra e finito il conflitto aveva messo su famiglia, sposandosi con Rina Nembrini, figlia di Battista e di Maria Belotti, che erano originari di Albino.
La casa in Svizzera della famiglia Pesenti era a Solduno, dove a prezzo di enormi sacrifici i nonni materni avevano acquistato una casa (Battista morì ultranovantenne). Patrizia è la terza di tre sorelle. Prima di lei, ci sono Maria, del 1949, Yvonne, del 1952.
Par di capire che furono strettissimi e profondi i legami delle tre sorelle con i nonni, sia quelli materni che s’erano trasferiti nel Ticino.
Sono una presenza del cuore, con le loro premure, le loro ansie e le loro gioie per il salire che facevamo sulla scala della vita, per i successi e le affermazioni che andavamo ottenendo. E poi, quante favole. Ci facevano sognare, li sentivamo straordinariamente presenti e vicini nel nostro crescere. Io adoravo parlare con loro, imparare dalla loro esperienza, stare ad ascoltarli. Per me erano una presenza di gioia, di positività. È un arricchimento per me sapere da dove viene la mia famiglia, dove stavano e da dove partirono i miei nonni. È una parte di me, quel territorio lo sento come un riferimento che segna e le origini bergamasche lasciano la loro impronta, come qualsiasi provenienza in ogni persona. Fra questi tratti, come più marcato metto la tenacia. Non sarà un’esclusiva dei bergamaschi, ma noi ce l’abbiamo addosso. Quasi sempre è una risorsa, qualche volta può anche diventare un limite se ossessiva.
I bergamaschi sono abituati da sempre a farsi un vanto del lavorare molto…
Non siamo capaci di star seduti a lungo, con il rischio di essere poco meditativi, scarsamente inclini a considerare l’interiorità. Anch’io avverto questa sindrome del “qualcosa da fare” o che “si potrebbe fare meglio”. Sempre i nostri nonni ci ripetevano di “tener su il tempo” e di “non rinviare a domani quello che puoi fare oggi”, nell’impossibilità di starsene con le mani in mano, perché scatta un meccanismo come di colpa.
La politica è un mondo che continua a parlare un linguaggio soprattutto maschile…
Questo è vero, come è vero tuttavia che di strada ne è pur stata percorsa da quando le donne hanno ottenuto il diritto di voto e di elezione in Svizzera e nel Ticino, che è un cammino di poco più di 40 anni. Una interfaccia della politica sono i mass media. Anche qui il linguaggio è maschile, la maggior parte dei giornalisti sono uomini. Sono circostanze e fattori che obbligano le donne a notevoli sforzi in più, come in molti altri campi. Alle donne tocca sempre dimostrare il loro valore aggiuntivo, i loro difetti vengono enfatizzati, la vita privata è osservata speciale. Il sistema di riferimento è soprattutto maschile. Ogni donna che si avventura in politica contribuisce a cambiare questo stato di fatto.
La politica sta distribuendo dosi crescenti di veleni o si mantiene stabile in fatto di negatività?
Non so. Spero per quelli che sono venuti prima di me che fosse cattiva, aspra. Non è un terreno sempre facile. Ognuno vive la sua epoca e ne ricava l’impressione che gli tocchino il destino peggiore, gli ostacoli più ardui. Di fatto se uno ha uno sguardo oggettivo sulla storia, non fa fatica a riconoscere che anche in passato in fatto di attacchi, asprezze, insulti, non si andava per il sottile. Le lotte di potere non erano solo rose e fiori, anzi, spesso usavano la clava. Oggi c’è una gogna mediatica più perfida e senza confini.
È possibile mettere un confine tra la vita pubblica e la vita privata di un politico e, di più ancora, di una politica? O è sempre più valicata, anche clandestinamente, questa frontiera?
Purtroppo gli sconfinamenti si moltiplicano e le scorrettezze anche. È venuto il momento in cui occorre un sussulto di coscienza per rendere questo confine invalicabile ai malintenzionati. È un diritto così fondamentale – quello di tutte le persone – alla loro intimità, alla loro sfera privata che è giunto il momento di mettere il massimo impegno per difenderla, senza eccezione alcuna, senza se e senza ma. Il rispetto deve essere categorico, totale, inviolabile. Sono persuasa che le persone debbano difendersi di più e meglio, predisponendo strumenti anche legali. Quando vengono violati diritti, da sempre le collettività si sono organizzate per difendersi. Non bisogna perdersi d’animo.
Lei si sente una della cosiddetta casta politica?
Non mi sento affatto parte di una casta. Mi sento una cittadina chiamata a svolgere un lavoro, non dei più facili, non ho cercato né ambisco privilegi. È un lavoro impegnativo, complesso, che non concede sconto alcuno.
Gli anni della politica che cosa le hanno dato e che cosa le hanno tolto?
Mi hanno dato una conoscenza migliore di me stessa e delle persone con cui sono entrata in contatto; mi hanno tolto un po’ di serenità. Però, recuperabile.
Come vorrebbe che fosse il domani?
Che i nostri figli possano trovare un mondo in cui abbiano la possibilità di dimostrare quanto sanno fare. Un mondo più gioioso. Vorrei che nessuno perdesse mai l’entusiasmo, la voglia di fare, la capacità di spendersi, la passione di vivere. La maturità può essere costruita e raggiunta grazie alle occasioni che la vita offre a ciascuno. Per maturare i figli hanno bisogno di adulti che si fidino di loro. I genitori devono sforzarsi di credere nei loro figli. È uno sforzo perché si è messi in secondo piano: non sei più tu come genitore che gli dici che cosa deve fare o meno. Fidarsi vuol dire anche voler bene all’altra persona. Non si può voler bene ai propri figli senza fidarsi di loro. Sono sentimenti che vanno anche coltivati.
Laura Di Teodoro
Giuseppe Zois

 

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Commenti

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  1. Scritto da Giuseppe

    A fini di istruzione federalistica, invito a leggere o rileggere anche l’intervista rilasciata dalla dott.ssa Patrizia Pesenti a “24035 Curno”, la rivista dell’attuale amministrazione comunale, circa un anno e mezzo fa, il cui testo credo sia online e liberamente pubblicabile.