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Un anno a Malpensa. E diventa un film

Intervista a Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, i due autori del film documentario “Il castello”, realizzato stando un anno dentro l’aeroporto. Tra le altre c'è anche la storia di Emilietta, che da anni vive a Malpensa

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Il castello«Abbiamo passato un anno dentro l’aeroporto di Malpensa, ma fin dai primi giorni è emerso che il tema della sicurezza sarebbe stato centrale, imprescindibile». Massimo D’Anolfi e Martina Parenti sono gli autori del documentario di 90 minuti (con 90 ore di materiale girato) realizzato dentro l’aeroporto di Malpensa, prodotto dalla loro casa di produzione, la Montemorency Film, in collaborazione con Rai Cinema.
Il titolo dell’opera è Il Castello e ha richiesto che i due autori (che hanno fatto tutto da soli, dalle riprese al montaggio, dal soggetto al sonoro) passassero un anno intero dentro lo scalo internazionale. «Effettuavamo le riprese per 15 giorni al mese, poi per altri 15 sceglievamo il girato» spiegano i registi, che fanno coppia anche nella vita. I due non sono nuovi a operazioni di questo genere, hanno già realizzato altri due documentari: Grandi Speranze, dedicato ai giovani imprenditori, e I promessi sposi, dove raccontano un anno di corso prematrimoniale con le promesse delle coppie. Entrambe le opere sono state presentate a Locarno negli anni scorsi e hanno avuto una distribuzione internazionale.
Anche Il Castello sta raccogliendo molti consensi: è già stato venduto in Polonia e in Canada, mentre si stanno chiudendo accordi per altri paesi al mercato internazionale di Cannes.

Massimo D'AnolfiCome è nata l’idea di un film su Malpensa?
«Con la suggestione del caso. Ci siamo resi conto che gli aeroporti non era raccontati, non solo come ruolo di transito, ma come moltitudine di storie. Volevamo far capire anche la macchina di una struttura continentale. L’aeroporto, in fondo, è un’istituzione, una frontiera, ruolo di ingresso nel nostro paese».

E dopo?
«Abbiamo chiesto a Sea i permessi e si sono dimostrati subito molto disponibili, nonostante l’idea folle di fermarsi un anno nell’aeroporto. Abbiamo iniziato il 31 dicembre del 2009 e poi proseguito per tutto il 2010. Il film è diviso in stagioni, ma è come se ogni stagione raccontasse un momento di una giornata tipo. L’inverno rappresenta gli arrivi, la primavera racconta la sicurezza, l’estate l’attesa, e l’autunno le partenze».

Perchè intitolare il documentario “Il castello”?
«E’ una citazione da Kafka. I nostri documentari, un po’ per gioco, hanno finora sempre avuto titoli di grandi opere letterarie. Ma non è solo questo. Ci sembrava perfetto, forse perchè il signor Kafka che si perde nel castello siamo noi. Noi passeggeri e noi autori chiusi nell’aeroporto per un anno. È una citazione lontana, ma i legami ci sono».

Un castello arroccato?
«Meglio dire fortificato».

Perché?
«Dopo poco tempo abbiamo capito che era imprenscindibile fare un film sulla sicurezza. Qualsiasi cosa veniva letta sotto questo punto di vista. Dai controlli alle esercitazioni antiterrorismo, dalle perquisizioni al controllo delle torri. Abbiamo dovuto persino fare un corso sulla sicurezza per poter effettuare le riprese».

Cos’è la sicurezza in aeroporto?
«Questo film non vuole giudicare nulla, raccontiamo solo un posto. L’aeroporto è un po’ un laboratorio, dove si possono fare controlli che altrove non si potrebbero fare. È vero, maggiore è la sicurezza minore è la libertà. Ma siamo in bilico tra chi subisce i controlli e chi li fa. È chiaro che la sicurezza è illusorià, è una percezione. Per fortuna la sicurezza perfetta non esiste».

Martina ParentiNel documentario assumete un punto di vista?
«No, raccontiamo un luogo in un tempo, con il correre delle stagioni, come una sinfonia. Nei nostri film cerchiamo sempre di lasciare allo spettatore l’elaborazione del pensiero. Non c’è una denuncia, non siamo partiti con una tesi. Il desiderio era di raccontare e rimanere in equilibrio. Quando una persona guarda un film ha anche il dovere di pensare».

Come vi siete trovati con le forze dell’ordine?
«È andata bene, si sono dimostrati collaborativi. È chiaro, dipendono dai ministeri, la burocrazia la si mette in conto. Ma non abbiamo avuto nessun “no”, abbiamo potuto girare dove volevamo. All’inizio erano un po’ preoccupati, ma poi ci siamo rilassati tutti».

Qual è stato lo scoglio maggiore che avete dovuto affrontare?
«Il tempo, la forza di stare tanto nell’aeroporto».

Tra le varie storie raccontate c’è anche quella di Emilietta, la donna che vive da anni nell’aeroporto. Quel è il suo ruolo nel castello?
«La signora Emilietta è una storia di attesa».

Un’attesa perenne?
«No. In realtà non è permanente, è un attesa che ha un senso di rivolta e speranza. Il suo è un episodio tutto muto, perchè la presenza di quella donna emerge meglio nel silenzio. È molto potente come storia».

Dopo un anno di riprese e di vita dentro l’aeroporto, cosa è cambiato in voi?
«La paura di volare, da quando abbiamo fatto il film è cambiata. Voliamo con più piacere, non so dire perché».

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