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Sempre più cemento e meno verde. L’allarme è di Legambiente

Lombardia, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia e Sardegna ogni anno assistono alla cementificazione di circa 10mila ettari di territorio. Parte un progetto di legge popolare

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Lombardia, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia e Sardegna ogni anno assistono alla cementificazione di circa 10mila ettari di territorio, una superficie grande due volte la città di Brescia. Di questo suolo cancellato, ben 5mila ettari sono ambienti naturali, coperte da vegetazione spontanea. Un dato che riguarda soprattutto la Sardegna, dove gran parte dei nuovi edifici sorge su aree coperte da vegetazione mediterranea, e in misura minore le province pedemontane dell’ovest Lombardia, che subiscono la perdita di preziose foreste collinari e di pianura.
Questi alcuni dei dati contenuti nel Rapporto 2011 sul Consumo di Suolo (INU edizioni) presentato oggi a Milano da Legambiente e INU. «Il consumo di suolo – spiegano il presidente INU, Federico Oliva e Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia – non produce solo ferite al paesaggio, ma una vera e propria patologia del territorio».
È questa la ragione che ha spinto Legambiente e INU a costituire a Milano il Centro di Ricerca sui Consumi di Suolo (CRCS) che, grazie ad un progetto di ricerca portato avanti con la collaborazione scientifica del Dipartimento di Architettura e Pianificazione del Politecnico di Milano e sostenuto da Fondazione Cariplo, ha consentito di raccogliere informazioni, dati e metodi di misura prodotti.

Secondo la ricerca, uno degli effetti più rilevanti del consumo di suolo è la perdita di superfici agricole, che si riducono ogni anno di 9.400 ettari tra Emilia Romagna, Lombardia e Friuli Venezia Giulia. «Una perdita – commentano – che equivale alla scomparsa di due medie aziende agricole al giorno, un dato impressionante considerando che la filiera alimentare rappresenta il 15% del PIL nazionale e produce esportazioni nell’ordine dei 26 miliardi annui. Nella sola Lombardia le urbanizzazioni hanno già causato la perdita di un quarto delle superfici agricole produttive, e la costruzione di nuove autostrade, centri commerciali e capannoni non sembra ancora arrestarsi, nonostante la crisi. Eclatanti sono i dati delle province dell’area metropolitana lombarda, dove le superfici urbanizzate hanno già superato in estensione le aree agricole (è il caso di Monza, Varese, Como) o sembrano destinate a farlo entro breve (le province di Lecco e Milano), complici anche le nuove rilevanti previsioni di grandi infrastrutture di trasporto stradale».

«Nella legislazione italiana, e in quella delle Regioni, mancano ancora regole efficaci sulle facoltà di trasformazione dei suoli – di commentano Oliva e Di Simine –. È questo che ci ha spinto a farci promotori di un progetto di legge popolare, che introduce oneri a carico di chi, potendo riutilizzare aree dismesse della città, decida invece di costruire in aree aperte. Qualunque sia la politica che una regione attua per il governo del territorio, riteniamo irrinunciabile che essa sia confortata da un’attività di verifica e monitoraggio, oggi estremamente lacunosa, e questa è una delle ragioni che ci ha spinto ad impegnarci nell’elaborazione del rapporto».

Per quanto riguarda le altre regioni italiane, i contributi forniti dai circa 30 autori del Rapporto hanno permesso di introdurre nuovi elementi di conoscenza, che dovrebbero spingere a sviluppare una più sistematica attività di monitoraggio delle trasformazioni del suolo, come auspicato dai ricercatori del JRC (centro comune di ricerca della Commissione Europea) di Ispra. Le loro analisi evidenziano come il problema sia comune a tutti gli Stati europei, sebbene l’Italia risulti tra i Paesi in cui più vistoso è il sacrificio di superfici agricole.

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