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“Le imprese bergamasche sono pronte a ripartire”

Roberto Ruozi, docente emerito all’Università Bocconi, parla di crisi e sottolinea che "ci sono segnali confortanti a livello internazionale e nazionale"

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“La crisi finanziaria sembra arrivata al termine. E questo è un buon segno perché anticipa l’andamento dell’economia reale. Ma le conseguenze di quanto è successo si ripercuoteranno ancora per alcuni anni”.
Il professor Roberto Ruozi, docente emerito di Economia degli Intermediari Finanziari all’Università Bocconi, anticipa alla stampa il senso della relazione inserita nel ciclo di lezioni sulla finanza d’impresa promosso dal Punto Finanziario di Confindustria Bergamo. Un intervento all’insegna dell’ottimismo, pur se restano ancora nubi all’orizzonte.
Professor Ruozi, allora la crisi è finita?
Ci sono segnali confortanti a livello internazionale e nazionale. Archiviati gli anni bui (2008 e 2009), il 2010 può essere considerato di transizione, mentre il 2011 segnerà la vera svolta.
Ci siamo messi alle spalle un periodo terribile. Eppure, non tutto il male vien per nuocere.
Per molti imprenditori la crisi è stata anche una buona opportunità per ristrutturare le aziende, per tagliare i costi inutili, per eliminare le sacche di inefficienza. I primi risultati si stanno già vedendo. A partire dall’estate 2011 credo che saranno ancora più evidenti. Anzi, qualcuno superata questa fase sarà ancora più forte di prima.
Crisi finita, quindi, ma proprio per tutti?
No, anzi c’è chi è destinato a uscire dal mercato perché non ha saputo sfruttare questa situazione per gli interventi che ho detto. La fase di “pulizia” non può ancora dirsi terminata.
Gli imprenditori bergamaschi come stanno?
Hanno saputo mantenere una visione di medio-lungo periodo, non speculativa. Sono stati capaci di attraversare il guado pagando il meno possibile e preparandosi a ripartire nel modo migliore. Se c’è stata, come qualcuno dice, una rivoluzione culturale imposta dalla crisi, credo che qui a Bergamo sia stata vissuta al meglio.
Si dava il settore manifatturiero come avviato alla scomparsa. Non pare sia andata così, vero?
Infatti, in molti paesi europei, a partire dalla Germania e dall’Italia, è più vivo che mai. Certo, è più snello, più elastico, più orientato verso talune nicchie, ma per molto tempo ancora questo sarà il settore trainante di molte economie. Anche perché non si vede con che cosa possa essere sostituito….
La ripresa è alle porta, ha detto. Ma l’Italia continua a marciare a due velocità?
Sì. Il divario Nord-Sud non è stato affatto superato e anzi si è acuito.
Perché manca una politica industriale?
Questo è un dato di fatto. Qualcuno pensa di sostituirla bloccando l’arrivo degli stranieri. Sono interventi tardivi e antistorici. Le imprese non si aiutano così, ma creando le condizioni perché possano operare al meglio.
In questi giorni c’è polemica sugli aumenti di capitale ipotizzati da alcuni colossi bancari (Ubi Banca, Intesa-S. Paolo). Cosa ne pensa?
Sono interventi che mirano a creare maggiore stabilità. Ma la contropartita è un aumento dell’inefficienza e dei costi di produzione. E poi il mercato non può assorbire tutte queste richieste. Solo le banche vorrebbero drenare risorse per 8 miliardi di euro. C’è un rischio reale di intasamento.
Ma sono utili questi interventi?
Ai fini della stabilità delle banche, ripeto, la risposta è positiva. Ma gli istituti devono agire su un altro fronte, quello che ha visto impegnate le imprese. Devono ristrutturarsi, tagliare drasticamente i costi perché sono sovradimensionati rispetto alle esigenze di un mondo che è cambiato.
Un’ultima domanda sullo scenario occupazionale. Qui si soffre ancora molto.
Questo è il problema più grave del nostro Paese. Le ristrutturazioni delle aziende hanno avuto inevitabili pesanti riflessi sull’occupazione. E altri sono attesi. Per ritornare a certi livelli occorrono tempi medio-lunghi.
 

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