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Yara, lo sfogo del parroco: "Sconcertato da certi giornalisti" - BergamoNews
La lettera

Yara, lo sfogo del parroco: “Sconcertato da certi giornalisti”

Pubblichiamo una riflessione che il parroco di Brembate don Corinno Scotti ha scritto in merito al ruolo dei media nel caso di Yara Gambirasio.

Pubblichiamo una riflessione che il parroco di Brembate don Corinno Scotti ha scritto a L’Eco di Bergamo in merito al ruolo dei media nel caso di Yara Gambirasio.

Caro direttore,
sono il parroco di Brembate di Sopra. Non sono fatto per scrivere. Tutt’al più lo faccio per il bollettino parrocchiale della mia parrocchia. La nostra comunità sta vivendo uno dei momenti più dolorosi della sua storia, per una vicenda che ha portato il nostro paese sulle prime pagine dei giornali e nelle prime notizie dei telegiornali. Grazie a Dio ci sono giornali che con i loro articoli ci aiutano a «leggere» con verità e con una visione di fede questo avvenimento. Sì, perché la vita e la storia cambiano a seconda degli occhi con cui le si guarda. E condivido quanto voi avete scritto.
Lasci però che le dica tutto il mio sconcerto per il comportamento di certi giornalisti, soprattutto della televisione. C’è stato un giorno di settimana scorsa in cui c’erano giornalisti di cinque canali tv nei dintorni della chiesa e facevano domande, a dir poco, insulse. Vuole saperne qualcuna? «In una parrocchia qui vicina pregano la Madonna delle Ghiaie. Lei e la sua comunità quale Madonna pregate?», «Che cosa dicono i bambini di Brembate Sopra di questa vicenda?», «Secondo lei, Yara è ancora viva?», «Qual è illeggerà in chiesa a nome dei genitori?». E ancora: «Perché non dice tutto quello che sa?». E quando rispondo che non so nulla, mi ribattono: «Ma allora anche lei è omertoso». E potrei
continuare.
Il fatto che giorno e notte, nella strada a fondo chiuso dove abitano i genitori di Yara, sia necessario che una pattuglia della polizia locale stia di guardia per preservare l’intimità della famiglia, la dice lunga. E non per tenere lontano i curiosi, ma le telecamere e i giornalisti. In casa di Maura e di Fulvio non ci sono curiosi. E la porta è sempre aperta agli amici che fanno loro visita. Anzi, questo lo dicevo nella veglia di sabato scorso, chi va in quella casa entra con l’angoscia, preoccupato di quanto debba dire loro, e ne esce rasserenato. Proprio così. Anche voi avete parlato ripetute volte della dignità e della compostezza dei genitori, ma bisogna incontrarli per rendersene conto. Inoltre il parroco non ha l’esclusiva per parlare con loro. Domenica ho accompagnato da loro monsignor Lino Belotti. Hanno dimostrato
molta riconoscenza, gli hanno offerto il caffè e stavano anche a scherzare sulla cuffia rosso-cardinale che indossava il vescovo emerito, il quale ha fatto una preghiera commossa e intensa prima di benedirli.
Fulvio ha diversi amici preti che, riferisce, gli hanno dato tanto, gli hanno insegnato a crescere e che in questo periodo sono andati a trovarlo. Non parla di Yara per non mettere a disagio nessuno. Vi pare poco? «Brembate Sopra è un paese meraviglioso», mi ripete. Quando gli ho detto: «Scusa, ma io non ho mai detto alla stampa che tu avresti scritto un messaggio da leggere in chiesa», lui ha sorriso e ha soggiunto: «Non preoccuparti, anche i giornalisti hanno bisogno di lavorare». Ed è commovente sapere che la mamma due volte al giorno porta un thermos di caffè ai vigili che stazionano davanti alla casa.
Ancora un giornalista: «Lei ha detto in chiesa che, dopo questo fatto, il paese non sarà più come prima». Non gli ho risposto. Ma come si può pensare che un fatto così atroce lasci tutto come prima? Per fortuna non tutti i giornalisti sono così. Settimana scorsa alla messa delle diciotto c’era una signora.
Dopo la funzione chiede di parlarmi: «Sono una giornalista della Rai». Mi sono irrigidito e le ho risposto che non volevo dire niente. È scoppiata in lacrime: «No, non voglio sapere nulla. Solo mi lasci piangere». E per tre quarti d’ora ho ascoltato i drammi che ogni giorno deve conoscere e la sua sofferenza per Yara. Abbiamo pregato e pianto insieme. Ma, caro direttore, lasci che le dica che cosa è stata la veglia di preghiera per la nostra comunità sabato scorso. Ne avete riferito ampiamente. Ma non ci sono parole per dire l’intensità e il segno che ha lasciato nella comunità. Ho detto con forza, quasi gridando, che questo è un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio e che ho la speranza che vengano scoperti e arrestati al più presto i colpevoli. 
Ho anche detto che nessuno è innocente. C’è una perversa solidarietà con il male che ci rende cattivi e ostili gli uni verso gli altri. Certo, noi non arriviamo a commettere certi delitti, ma anche la nostra cattiveria contribuisce a mettere semi di morte nel mondo. Solo lui, il Signore, è l’innocente, colui che non nuoce, anzi s’è fatto lui stesso peccato per liberare noi dal peccato.
Ho anche rinfacciato al Signore il suo silenzio: «Se non ascolti noi, che pure siamo tuoi figli, ascolta almeno le preghiere dei bambini, del vescovo, delle suore di clausura, delle mamme di Brembate Sopra». In Malawi, dove c’è una suora nostra compaesana, centinaia di bambini hanno pregato per
Yara. Possiamo e dobbiamo dire tutta la nostra angoscia al Signore, ma poi con infinità umiltà gli ripetiamo: «Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita. E se anche tu non parli, guardiamo la tua croce dove scorgiamo che non c’è un uomo che muore per amore di Dio, ma c’è Dio che muore per amore di noi uomini». E allora ci ostiniamo a sperare contro ogni speranza e a ripetere come in un lamento: «Signore Gesù, abbi pietà di noi peccatori».

Don Corinno Scotti

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