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"Mi hanno trattato come un mostro, ma resto qui" - BergamoNews
Mohammed fikri

“Mi hanno trattato come un mostro, ma resto qui”

Pubblichiamo un articolo scritto da Paolo Berizzi, giornalista bergamasco di Repubblica, che ?? riuscito a strappare qualche dichiarazione a Mohammed Fikri, indagato nel caso di Yara Gambirasio.

Pubblichiamo un articolo scritto da Paolo Berizzi, giornalista bergamasco di Repubblica, che è riuscito a strappare qualche dichiarazione a Mohammed Fikri, indagato nel caso di Yara Gambirasio.

All’inferno e ritorno, l’operaio edile Mohamed El Fikri la sua prima rivincita – puntuale – la consuma diciassette minuti dopo le 13: "Sono io il mostro brutto e cattivo, vero? – chiede caustico agli agenti di custodia che gli restituiscono gli effetti personali, una collanina e un braccialetto di cuoio, nell’atrio del carcere di via Gleno – Allora è meglio che quei giornalisti là fuori la mia faccia non la vedano proprio…" Detto e fatto. Almeno questo, a Mohamed, dopo tre notti in isolamento, glielo dovevano. "Ha voluto così lui, per evitare di essere assalito dai flash e dalle telecamere", allarga le braccia, quasi sollevato, Tonino Porcino, il direttore della Casa circondariale bergamasca.

Descrivono Fikri come un tipo pacato, uno che di solito sta nel suo, mai sopra le righe. L’unico colpo d’ala è questo, scivolare fuori dai suoi incubi e da quelli dell’Italia con la più classica delle uscite di scena: quella che non fa distinzione tra furbi, malvagi e giusti. A bordo di un furgone della polizia penitenziaria, vetri oscurati, lampeggianti spenti. Senza auto staffetta, senza la scorta mediatica degli avvocati. "Mi hanno fatto passare per un orco, per un animale – si è sfogato Mohamed con i suoi legali e con il cugino-ombra Abderrazzaq, le persone che, assieme agli amici Younesse e Abdel, per prime gli hanno parlato dopo la scarcerazione e che lo hanno atteso in un autogrill sulla A4 dove era parcheggiata l’auto che lo ha poi riportato a Montebelluna – Chi tocca una bambina è un animale, per noi arabi è una colpa infame, atroce, che merita la condanna a morte".
Il furgone che rimette Fikri nel mondo dei liberi è uno dei tanti che fanno la spola tra il Tribunale e il passo carraio del carcere. Le troupe televisive li zoomano tutti, e fa niente se il mancato "mostro di Brembate", atteso sul soglio del casermone blindato che in altri lustri ospitò Tortora e Tassan Din, la modella Terry Broome e una mezza generazione di brigatisti rossi, riesce a rimanere un fantasma. Sono le due e mezza del pomeriggio. Dopo avere restituito la beffa (complice anche la trattativa per un’esclusiva con Porta a Porta) a chi lo ha tirato in mezzo a questa storia, Mohamed è già in autostrada. Con lui il cugino Abderrazzaq, che in questi giorni aveva sempre giurato sulla sua innocenza, sicuro che la traduzione della frase di Mohamed si sarebbe rivelata una bufala.
Più che Allah, poterono sette traduttori e un biglietto navale. Quello per Tangeri che Fikri aveva in tasca dal 29 novembre (tre giorni dopo la scomparsa di Yara, è vero, ma avvalorato dalla testimonianza del suo datore di lavoro con il quale il muratore aveva concordato il viaggio-vacanza già da un mese). La rabbia che ha addosso è una di quelle croste che vanno levate subito: durante il breve transito sul cellulare lungo la circonvallazione che porta in valle Seriana, e poi in autostrada, in mezzo alla nebbia. "Non ho mai pronunciato la parola "ucciso", non so come hanno fatto a tradurla in questo modo", ha spiegato Fikri ai suoi legali Roberta Barbieri e Giovanni Fedeli. "Prima di imbarcarmi per il Marocco avevo chiamato una persona che mi doveva 2mila euro: il telefono è suonato a vuoto, poi è scattata la segreteria telefonica ed è rimasta registrata la mia frase "Mio Dio, mio Dio, fà che risponda"".
Yara, la sua scomparsa, il suo presunto omicidio, il mistero. "Non l’ho mai né vista né conosciuta questa povera ragazzina – ha raccontato Mohamed – L’ho vista per la prima volta sulla fotografia che mi hanno mostrato i carabinieri". Eppure doveva essere lui, questo muratore di 22 anni dagli occhi scuri e mobili, il corpo asciutto, l’incarnato olivastro ma luminoso, a dare un nome e un indirizzo all’orrore. Molto e malissimo si era detto di lui: troppo gli avevano appiccicato addosso l’etichetta di assassino. E così alla fine l’uomo accusato di avere sequestrato, ucciso e occultato Yara Gambirasio, attraverso i suoi difensori chiederà i danni per ingiusta detenzione. "Ho già pagato abbastanza. A mio cugino in un bar a Montebelluna gli hanno detto che era il cugino di un assassino – ha confidato ai suoi amici nel pomeriggio – Razzismo contro di me? Non so, non sta a me dirlo… Ora voglio solo che l’Italia – non tutta, solo quella che ha voluto vedere in me un mostro – mi dimentichi".
Voglia di mollare tutto e andarsene? Ma no, questo no. A chi gli ha chiesto cosa farà adesso, Friki ha risposto così: "Continuerò a stare in questo paese, perché qui lavoro e qui mi sono sempre trovato bene. Adesso però vado in Marocco a trovare i miei genitori. Riprenderò quel viaggio interrotto dalla polizia poco dopo la partenza. Ci vado ogni anno, d’inverno. Per due mesi". Non gli hanno ancora ridato il cellulare né il portafoglio né la macchina. Gli avvocati ieri hanno presentato un’istanza per chiederne la restituzione. La prossima partita è tenerlo lontano dalle pressioni dei media. In attesa che si trovi traccia di Yara e di chi l’ha sottratta alla sua famiglia. Uno degli ultimi pensieri della giornata Friki lo dedica a lei: "Spero che la trovino viva. E che trovino i colpevoli. Alla fine di tutta questa storia, se possibile, mi farebbe piacere incontrare la sua famiglia".

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