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“Noi credevamo” bel film, ma non fa onore all’unità nazionale

Un bel film per il cinema italiano, un pessimo film per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Di Eros Barone

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Come insegnante di storia ho avuto modo di partecipare alla presentazione, organizzata dall’Agis, del film di Mario Martone sul Risorgimento, che mutua il titolo dal romanzo di Anna Banti, “Noi credevamo”, donde è stato liberamente tratto. Per ben 170 minuti (tale è la durata del film) ho seguito con l’attenzione dello storico e la partecipazione di un cittadino italiano lo svolgimento di questo film che ripercorre alcune tappe significative della lotta risorgimentale secondo un’ottica antisabauda che corrisponde in sostanza al punto di vista della componente più radicale, quella democratica mazziniana, che è stata anche la componente politicamente sconfitta del nostro Risorgimento. Punto di vista che si incarna nei percorsi politico-biografici di tre ragazzi del sud (Domenico, Angelo e Salvatore), i quali scelgono di reagire alla dura repressione borbonica dei moti del 1828 affiliandosi alla Giovane Italia. Così, attraverso il prisma delle rispettive (ma anche correlative) biografie e degli episodi che vedranno i tre giovani rivoluzionari a vario titolo coinvolti vengono ripercorse alcune vicende salienti del processo storico che ha portato all’Unità d’Italia. Il punto di vista eterodiegetico di Domenico costituisce l’angolo di osservazione cui è affidato il compito di descrivere e interpretare la vicenda storica. 

Ho dunque apprezzato, sul piano tecnico e artistico, la narrazione che il film propone, dalla musica di Vincenzo Bellini e di Giuseppe Verdi che ne costituisce il ‘Leitmotiv’ squisitamente ottocentesco e giustamente melodrammatico, ai medaglioni di alcune figure (Mazzini, Cristina di Belgioioso, Crispi, Orsini, ‘Procida’) tra le più rappresentative, ‘per fas et nefas’, della vicenda risorgimentale. Due sono le scene che mi hanno maggiormente colpito: la prima, davvero notevole per la sua originalità metanarrativa e il suo valore cognitivo, è la scena che mostra la sosta dei due volontari garibaldini, il vecchio repubblicano e il giovane disertore, sotto uno scheletro di cemento con gli spuntoni di ferro, una metafora potente che, con il suo intenzionale anacronismo, suggerisce ed evoca nel modo più plastico la duplice tesi di un Risorgimento incompiuto e abortito e di una eredità storica negativa i cui effetti si ripercuotono fino ai nostri giorni. L’altra è la scena atroce della fucilazione, da parte delle truppe italiane (ma, in realtà, piemontesi), dei giovani soldati che avevano abbandonato l’esercito per unirsi ai volontari garibaldini nell’impresa dell’Aspromonte (1862), conclusasi, come è noto, con un conflitto sanguinoso e con il ferimento e l’arresto dello stesso Garibaldi. Inoltre, degni di nota, come esempio dell’ottica bifocale rivolta sia al passato sia al presente, che caratterizza il film, sono i tre aggettivi con cui viene definita l’Italia post-unitaria, tre aggettivi che potrebbero essere adoperati, in una certa misura, anche per definire l’Italia attuale: “gretta, superba e assassina”.

Dunque un ottimo film, con validi attori, una bella fotografia, dialoghi di spessore e una scenografia accurata: un film, però, che fa più onore al cinema italiano che non all’Unità nazionale. Un film che indulge forse alla retorica più insidiosa che vi sia: la retorica dell’antiretorica. Un film che non coglie il carattere storicamente progressivo che hanno avuto nella storia del nostro Paese, nonostante i limiti politici e le tragedie umane e sociali che li hanno accompagnati, il moto risorgimentale, la conquista dell’indipendenza e la creazione di uno Stato unitario moderno. Un film il cui messaggio, mi sia permesso di sottolineare questo aspetto come educatore, rischia di disorientare i giovani, poiché propone loro un’immagine sostanzialmente negativa e fallimentare sia del Risorgimento sia dell’Unità nazionale. E qui avanzo alcune domande a Martone, il quale, tra l’altro, sta partecipando in varie città alla presentazione del suo film. È sicuro il valente regista di non aver portato acqua al mulino del revisionismo antirisorgimentale, delineando in termini decisamente negativi e tendenzialmente nichilistici gli esiti del moto nazionale? Non ritiene Martone che il Risorgimento debba essere oggi, e sottolineo oggi, più difeso che negato, più valorizzato che svalutato e – non ho alcun timore a dirlo – più celebrato che dissacrato? Non ritiene, infine, Martone, che l’ottica che impronta il suo film possa finire con l’alimentare il fiume limaccioso del qualunquismo antipolitico e del revisionismo antiunitario, avallando in qualche modo il vieto stereotipo secondo cui “gli uni erano degli idealisti in teoria e dei terroristi nella pratica, gli altri erano dei realisti in politica e dei cinici nella pratica”? Sennonché, giunti a questo punto, il rischio che si delinea, un rischio tanto più idealmente insidioso quanto più il film appare artisticamente valido, è che il Risorgimento e l’Unità nazionale si dissolvano nella notte hegeliana “in cui tutte le vacche sono grigie”.
 

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