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Il vescovo “ferroviere”: il lavoro ?? un servizio agli altri fotogallery

Monsignor Beschi, figlio del capostazione Pietro, indossa un cappello da ferroviere alla stazione di Bergamo. "Celebriamo il lavoro come servizio".

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"Il lavoro come servizio e apertura verso gli altri": queste le parole del vescovo Francesco Beschi, che ha strappato riflessioni, e in alcuni casi qualche lacrima sui volti più anziani, durante la Messa celebrata oggi (13 novembre) al Dopo Lavoro Ferroviario di Bergamo, di fronte a più di 200 persone, tra ferrovieri in servizio, in pensione e loro familiari. Tra loro un ospite d’eccezione, bresciano: Pietro Beschi, padre del vescovo di Bergamo, capostazione a Brescia per lunghi anni e molto conosciuto dai colleghi bergamaschi, soprattutto lungo la tratta per Romano, Treviglio e Milano.
Un’accoglienza calorosa quella riservata a monsignor Beschi, fin dall’inizio, con il cappello rosso da capostazione ricevuto in regalo da Vittorio Grossi, presidente del Dlf. E passando anche per i sorrisi strappati dal ferroviere in pensione Paolo Monoci, con i suoi discorsi spesso intervallati da espressione in latino. Discorsi lunghi, ai quali monsignor Valentino Ottolini, canonico del Dlf, in un caso ha replicato con un "melius deficere quam abundare".
Dopo la Messa, durante la quale sono stati commemorati i ferrovieri defunti, e dopo i regali del cappello e di un libro di fotografie storiche sul lavoro in ferrovia, il dirigente delle ferrovie Gennaro Bernardo ha voluto ricordare anche "un collega che non è più tra noi, che non era cattolico, ma che merita la nostra memoria e il nostro rispetto", parlando di Domenico Longaretti, dirigente delle Fs, assessore a Dalmine per 10 anni, morto poco tempo dopo la notizia di un’indagine giudiziaria sul suo conto. "Accusato ingiustamente – ha commentato Bernardo ascoltato dal vescovo – come abbiamo sempre sostenuto e come si sta rivelando in questi giorni".
Monsignor Beschi ha poi benedetto i cippi dei ferrovieri caduti sul lavoro, nel cortile esterno del Dlf. "E’ proprio vero, come avete detto voi, che da piccolo sottraevo spesso il cappello da capostazione a mio padre, e lo indossavo in casa. Ma ricordo anche il rapporto di colleganza e grande familiarità che c’era e credo ci sia tutt’oggi, tra ferrovieri. Seguivo spesso mio padre nei suoi viaggi e spesso era lui che mi affidava, tra una tratta e l’altra, ad un collega, spiegando quale doveva essere la mia destinazione. Un rapporto di familiarità che in molti casi andrebbe recuperato sui luoghi di lavoro".

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Commenti

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  1. Scritto da il giudice

    Poverino il reggente del vescovado, due giorni nessun commento, malgrado il berretto da ferroviere sul sacro capo.