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Da Malpensa a Chiasso, il nuovo asse dell’immigrazione clandestina

Arrivati in Italia dalla porta principale, molti stranieri puntano a raggiungere la Svizzera, che garantisce un più accurato esame per il diritto d'asilo. E c'è il dubbio che qualcuno li aiuti

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Dal contrabbando di sigarette al traffico di disperati in fuga verso la Svizzera. Cambiano i tempi sul confine tra Lombardia e Ticino, diventato porta per gli stranieri provenienti dall’est Europa, dall’Africa, dall’Asia.
Il percorso è sempre lo stesso, visto che molti rifugiati approdati in Italia da sempre puntano a risalire verso Nord, verso la Germania o anche più a Nord ancora, dove la possibilità di ottenere asilo è più alta rispetto all’Italia. Il sistema di sorveglianza si sta affinando sempre di più: non più solo uomini, ma anche telecamere a infrarossi che intercettano ogni movimento e aerei senza pilota. Molti vengono direttamente da Malpensa: mentre le telecamere dei telegiornali guardano a Lampedusa, mentre il governo magnifica l’azzeramento (presunto) degli sbarchi, l’aeroporto si è trasformato in varco d’accesso per chi scappa dalle guerre e dalla persecuzione. Di recente anche il ministro Roberto Maroni ha puntato i fari sul fenomeno, che peraltro era noto da tempo, ma poco trattato dai media. Degli stranieri che arrivano, alcuni riescono a fare domanda d’asilo prima di essere respinti dalla polizia di frontiera, altri entrano con visti turistici. E da lì proseguono verso la Svizzera, la Germania, la Scandinavia, spesso imbarcandosi in Brianza sui treni Milano-Chiasso-Ticino e puntano a sfuggire alle maglie dei controlli, nascosti nel gruppo di lavoratori transfrontalieri.
 
Una volta entrati in Svizzera, gli stranieri – per lo più giovani – puntano a presentare domanda per ottenere il diritto d’asilo, su cui la Confederazione garantisce procedure accurate, come dovrebbero essere in ogni Paese che ha sottoscritto gli accordi internazionali. Per questo i ragazzi stranieri si presentano oltreconfine con buona preparazione sulle normative, il che ha fatto ipotizzare l’esistenza di una vera rete che aiuti i clandestini. E se da un lato ci sono molte associazioni, gruppi, centri sociali attivi nella rete di solidarietà, c’è anche il dubbio che nel grande movimento migratorio siano implicate organizzazioni criminali, che poi li sfruttano soprattutto nella rete di spaccio di stupefacenti. L’allarme delle autorità elvetiche – ripreso da un’inchiesta pubblicata sul Post – è rivolto anche alle autorità italiane, perché ci sia una maggiore attenzione al contrasto del racket, che sarebbe ben radicato nell’industriosa Lombardia.

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