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Ventun anni fa la caduta del Muro di Berlino

Il 9 novembre 1989 il popolo di Berlino Est accorreva ai checkpoint: le guardie non avrebbero più sparato. E furono le picconate che scrissero la storia e liberarono un popolo. Cosa resta dopo quasi una generazione?

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Il 9 novembre 1989 cadeva ufficialmente il Muro di Berlino.
Evento necessario, evento che segna la fine del "secolo breve", il Novecento, evento spartiacque nella storia d’Europa e del mondo, almeno di quello "occidentale" che imponeva definitivamente il suo modello libertario-consumista su quello totalitario-poliziesco degli ossificati regimi d’obbedienza sovietica. Evento imprevisto, nel senso che tutto si svolse con tale rapidità da stupire gli stessi attivisti democratici della Germania dell’Est: tutto per un equivoco, l’annuncio in tv del ministro Schabowski, informato da una scarna velina di partito, che i checkpoint sarebbero stati aperti per permettere alla gente di visitare Berlino Ovest. In una scena che pareva presa da "Quinto potere" si precipitarono fuori di casa a decine di migliaia. E fu così che quel "Tear down this wall" ("Tirate giù questo muro") di Ronald Reagan divenne realtà, a picconate, sotto lo sguardo incredulo ed entusiasta del mondo intero, per volontà unitaria del popolo tedesco e consenso generale delle genti d’Europa, stanche di divisioni anacronistiche.
Da settimane i tedeschi dell’Est, gli Ossis, cui le televisioni dell’Ovest da tempo mostravano il benessere contrpposto al loro grigiore di "migliore baracca del gulag", avevano preso a profittare dell’apertura delle frontiere da parte della liberaleggiante Ungheria; il sistema politico imperniato sulla Sed, partito unico non di nome, ma di fatto, stava crollando. Con la caduta del Muro, si ebbe la rapida, indolore e misericordiosa fine di una dittatura meschina e odiosa, costruita sullo spionaggio ossessivo e il ricatto dei propri cittadini, che aveva costruito nel 1961 il muro per impedire in specie ai più istruiti e brillanti di andare a cercare opportunità nel più ricco Ovest. Un’ammissione di sconfitta in piena regola, che fece di uno Stato una prigione. Degno epilogo per una fetta di Germania "fondata" dall’orgia di stupri, saccheggio e massacri con cui l’Armata Rossa staliniana vendicò nel 1945 le abominevoli e gratuite atrocità che i nazisti avevano inflitto a Ucraina, Bielorussia e Russia durante l’operazione Barbarossa.
E fu così che venne riunificata la città contesa, la capitale tedesca ora restituita al suo antico ruolo, sorto con la potenza della Prussia.

Oggi, del muro irto di mitragliatrici e di guardie che prima sparavano, poi davano l’alt, restano i cocci, rivenduti come reliquie. Resta una Germania che ancora oggi non ha del tutto recuperato l’Est ai livello dell’Ovest, pur avendo fatto, nel complesso, molto bene, eccetto che nel primo sofferto decennio. La "questione orientale" tedesca è stata gestita meglio di quella meridionale in Italia, dove non c’è stato il totalitarismo comunista, ma vige quello delle mafie.
Quanto al "muro nelle teste" non è ancora caduto: in Germania, con la "Ostalgie" degli anziani (e non solo) cui mancano prodotti e simboli delle loro vite pur prigioniere; altrove, quando si vuole appropriarsi del merito d’avere abbattuto il Muro, o per converso attribuire ad altri colpe per la sua esistenza. I fatti storici sono chiarissimi: chi vive "qui e oggi" non vi ebbe parte, non può nè accampare meriti pregressi nè addebitare colpe a priori. E nemmeno lavarsi la coscienza ignorando.
Pensiamo invece ai muri di oggi: a quello che tiene prigionieri milioni in Corea del Nord, o a quello che assedia e soffoca la Palestina, tagliando la terra su cui camminò da uomo libero un certo Gesù di Nazaret. A quello nel deserto che trattiene i Saharawi lontano dalla patria da decenni; ai tanti muri dell’odio ignorati, perchè non se ne cava buona propaganda.

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