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Il ragazzo del poker che punta a vincere 9 milioni

Filippo Candoio, 26 anni di Cagliari, è il primo italiano nella storia che potrà sedersi al tavolo finale delle World Series of Poker, il torneo più importante del pianeta.

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L’uomo da (forse) 9 milioni di dollari, scongiuri acclusi, è un ragazzo di 26 anni che risponde ancora mezzo assonnato dalla stanza 612 del Venetian di Las Vegas alle sue dieci del mattino e con una mano però già smanetta sul pc: «Ci sei tu su Facebook?». Sbadiglia. «Sono andato a letto prestissimo», Tipo? «Alle 4, mai successo, cerco di non sfasciarmi troppo».
Già, perché Filippo Candio da Cagliari è il primo italiano in 40 anni di storia che sabato a mezzogiorno (ora locale) potrà sedersi al tavolo finale del Main Event delle World Series of Poker (WSOP) al Rio Casino, il torneo dei tornei di poker sportivo, specialità Texas Hold’em, iscrizione da 10 mila dollari. Lui è uno dei mitici november nine, ovvero i magnifici nove che per due giorni (il 6 e l’8, diretta su PokerItalia24, canale 222 di Sky) a botte di all in si contenderanno un primo premio di altrettanti milioni di dollari.
A luglio erano in 7319. Poi 27, infine 9. Ma alla fine di poker highlander ne resterà soltanto uno. «Mi basta? Tu che dici? Io voglio vincere, ovvio. Non farmi essere banale, ma non è mai troppo». Nel chip count è sesto con 16,4 milioni di chips, molto sotto i 65,9 del canadese Jonathan Duhamel, i bookies inglesi lo quotano a 13, l’impresa è tosta ma lo è pure lui che negli ultimi due anni (gioca da 4) si è messo in tasca 1 milione di euro: «Ci vivo bene, certo. Parecchi li investo per rigiocare in altri tornei. Vabbè, mi ci sono pure comprato una Porsche. Lo so, sono un ragazzo fortunato». Studioso invece per niente. A scuola Filippo, nickname su internet Drive On, prometteva malissimo: «Ho fatto il liceo classico, mi hanno bocciato subito in quarta ginnasio e poi ancora alla maturità. Ma ero un mezzo pazzo, in classe non ci andavo proprio, passavo le mattine a giocare a poker o a biliardo». I genitori, la mamma dirigente alla Regione Sardegna, il papà avvocato, ci hanno provato a raddrizzarlo. «Poveracci, purtroppo ho sempre fatto quello che mi pareva, e mentivo bene».
Pessima dote per un figlio, ottima per un giocatore. «Il poker non è cosa per cretini, è un gioco intellettuale, ci vuole logica, matematica, colpo d’occhio, mente elastica. E poi socialmente è interessante, azzera ogni differenza, al tavolo siamo tutti uguali». Dieci esami a Legge in un anno e mezzo con la media del 29 («Se mi ci metto…») ma poi i primi 140 mila euro vinti in 2 giorni. «E papà ha capito che ormai era tardi. Volevo guadagnare tanto e subito. Mia sorella è stata molto malata, da piccola. Abbiamo sofferto, in famiglia. I soldi mi fanno sentire più tranquillo».
Gli piace bere («Ma non quando gioco»), mangiare (vorrebbe mettersi a dieta ogni giorno: «Sono un metro e 80 per 82 chili») e gli piacerebbero anche parecchio le donne ma «fidanzate non ne ho, non ho tempo, almeno sono onesto, non come un mio amico che ne cambia una per ogni torneo». Per essere un maschio nemmeno trentenne ha già capito qualcosa: «Le ragazze, quando sanno chi sei, arrivano da sole. Vanno in fissa con noi giocatori di poker perché sanno che non potremo mai dargli il 100 per 100 delle attenzioni e proprio per questo si innamorano». Nessuna, con lui, è ancora mai arrivata al tavolo finale.
Tant’è che la suite del Venetian la divide con un amico che si è appena svegliato e non ne aveva troppa voglia. «Parliamo di poker, viaggio solo con chi gioca». Con 9 milioni di dollari nella testa, non c’è spazio per molto altro. E se gli chiedi se pensa di fare il giocatore di qui ai 70 anni, ti tratta come fossi tocca: «Io? Ma che ne so, figurati se penso ai prossimi cinquanta, è già molto che sono vivo oggi».

(da corriere.it)

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