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Buoni pasto, ristoranti sul piede di guerra

Molti titolari di esercizi pubblici giudicano ormai troppo alte le commissioni applicate ai buoni e smettono di accettarli.

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I buoni pasto tornano a far discutere. Sono infatti sempre di più i bar e i ristoranti della bergamasca che hanno smesso di accettarli. Sono molti i titolari di esercizi pubblici che giudicano ormai troppo alte le commissioni applicate ai buoni, fenomeno che riduce all’osso i guadagni degli esercenti. Inoltre, i rimborsi sono erogati ai ristoratori con molte settimane di ritardo.
La polemica è stata riaperta da Lino Stoppani, presidente della Federazione italiana pubblici esercizi (FIPE). Stoppani ha criticato l’uso scorretto che viene fatto dei buoni pasto, sempre più spesso utilizzati come semplice carta moneta: molti lavoratori li accumulano per fare la spesa nei supermercati, oppure li cedono ad amici e conoscenti. Questi meccanismi si discostano di molto dal principio ispiratore dei buoni pasto, che dovrebbero essere affidati dalle aziende ai propri dipendenti in sostituzione del servizio mensa.
Gli esercenti, dal canto loro, si sentono vittime incolpevoli della concorrenza fra le società emettitrici di buoni pasto. Queste società, per aggiudicarsi appalti con le aziende, propongono spesso prezzi bassissimi che devono poi essere compensati dalle commissioni trattenute ai ristoratori. I gestori dei locali pubblici, pur di mantenere un guadagno minimo, si vedono quindi costretti a risparmiare sul servizio.
E’ da sottolineare che i buoni pasto rappresentano per molti locali una buona parte dei profitti: sono quasi tre milioni i lavoratori italiani che utilizzano quotidianamente i buoni per pagarsi il pranzo. I gestori hanno quindi ogni interesse a mantenere questi clienti: rappresentano una fonte di guadagno sicura e fidelizzata.
L’allargarsi della protesta, condivisa anche dall’Associazione Commercianti di Bergamo, è indice di un problema oggettivo. E se già nel 2007 gli esercenti affiliati alla FIPE avevano organizzato un “No Ticket Day”, durante il quale i buoni pasto non erano stati accettati su tutto il territorio nazionale, significa che il malumore è diffuso da tempo.
Le richieste avanzate dagli esercenti sono chiare: gli appalti a cui partecipano le società emettitrici di buoni pasto devono sottostare alle leggi e ai prezzi di mercato, e i rimborsi ai pubblici esercizi devono rispettare un calendario preciso e inderogabile.
Il futuro potrebbe essere nei buoni elettronici, spendibili dal titolare solo in determinate fasce orarie e solo nei locali pubblici. Ma se la situazione non dovesse migliorare in tempi brevi (alcune aziende pretendono ora più del 10% di commissioni), i gestori di diversi locali cittadini promettono di sospendere il servizio dei buoni pasto.
La parola passa quindi all’Associazione nazionale società emettitrici di buoni pasto (Anseb), che al momento afferma però di non riscontrare alcuna irregolarità nel mercato.
 

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Commenti

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  1. Scritto da Rizzetta

    Io preferisco usare il buono pasto per fare la spesa. I motivi sono :1°tutti i locali che erogano pasti intorno alla nostra azienda non sono adatti al mio palato e al mio stomaco, basta dire che persino un’insalatona è riuscita a starmi indigesta; 2° per mangiare poco e male, bere un bicchiere d’acqua ed un caffè dovevo comunque sborsare qualche euro di tasca mia. Ora che mi porto il cibo da casa chissà come mai sto meglio! E sento che inoltre i ristoratori si lamentano!!Sistema tutto sbagliato