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“Questa sala è il mio atto d’amore per il cinema”

Ennio Cosentino ha 81 anni ed è il proprietario del Cinema Italia dal 1958: negli anni ’80 gestiva 12 cinema fino alle porte di Milano, poi l’arrivo dei multisala: “Sono i centri commerciali del cinema, noi i piccoli negozi”

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Ennio Cosentino«È pazzia lo so, ma certe volte mi metto qui guardo la sala e dico “Ciccio, non servi più a niente”». Ennio Cosentino ha 81 anni e parla con il suo cinema Italia di Somma Lombardo. Lo fa dal palco, rivolto alle poltrone vuote, al buio. Parla alla sua sala cinematografica. Il Cinema come arte è la sua fidanzata, dice lui, mentre quella sala è come fosse il suo eterno bambino. O meglio, un bambinone da 660 posti a sedere disposti su due piani, un gigante che ha ben 52 anni e che ancora oggi ha molto da dire e insegnare. Il cinema Italia di Somma resiste nonostante “l’invasione” dei multisala che nella zona si mangiano 15mila spettatori ogni fine settimana.
«Dal 1958 lavoro in questo cinema che ha costruito mio padre» racconta Ennio, giaccia in pelle molto stile Matrix, solo più corta. Sua moglie e un’altra donna, in pieno pomeriggio, puliscono il pavimento del grande atrio che accoglie gli spettatori. «Vede, lo tiriamo a lucido, deve essere sempre bello – racconta -. Il cinema ce l’ho nel sangue: mia madre era un soprano che negli anni ’20 cantava durante le proiezioni dei film muti con me in braccio. Cos’altro avrei potuto fare nella vita se non amare il cinema?»
 
Questo non è stato l’unico cinema che lei ha gestito?
«No. Questo è di mia proprietà. Quattro anni fa ho dovuto chiudere l’altro di Somma, l’Odeon, un po’ più piccolo. Ma negli anni ’80 ho gestito anche 12 sale in contemporanea, tra Rho, Somma, Sesto Calende, Venegono e anche Vimercate. Giravo la Lombardia per questa passione. Io che di lavoro facevo solo il dirigente alla Bassetti. Tornavo a casa all’una di notte dopo le proiezioni e alle sei in piedi per andare in fabbrica».
 
Riesce ancora a riempire questa sala?
«Purtroppo no, non con il cinema. Ma adesso la usiamo anche per fare teatro e concerti. Non ci sono più le code di una volta e nemmeno i film».
 
Quando è stata l’ultima grande coda per un film?
«Con la Mummia, nel 2001, poi sono arrivati i multisala».
 
Cinema Italia di Somma LombardoCosa hanno significato?
«È finita un’epoca. La tecnologia ha distrutto la società, siamo troppo lontani uno dall’altro, e i multisala ne sono un esempio. La mente si distrae da quello che è la vita, la visione dei film è distratta. Ma non possiamo farci niente, è l’evoluzione».
 
È un po’ un paradosso: il cinema è tecnologia e 50 anni fa era un innovazione…
«Ma il cinema era una tecnologa che non distraeva da altre cose, anzi creava momenti di aggregazione. Oggi si mangiano popcorn e il film è presto dimenticato, non se ne discute nemmeno più. Anche i distributori da cui mi rifornisco per i film sembra che vogliano farmi chiudere. Pensi che mi fanno pagare anche in anticipo i minimi dei biglietti che dovrei vendere per le proiezioni, è assurdo».
 
Non ha pensato però di avvicinarsi alle proiezioni in tre dimensioni?
«Troppo costoso: ci vogliono 120mila euro, gli occhialini, la macchina per pulirli. E poi non ci credo fino in fondo. Ci sono andato, mi e sembrato indubbiamente un effetto attraente, ma che rischia essere un giochino. Avatar è comunque un bel film senza il 3D, l’ho proiettato anche io».
 
E trasformare il cinema Italia in un multisala?
«(sgrana gli occhi) Mai.
 
Cosa le dà più soddisfazione oggi?
«A me piace discutere dei film che vedo. Sono felicissimo quando gli spettatori poi vengono a dirmi che ho scelto proprio un bel film. Pensi che ci sono delle signore che vengono ancora a baciarmi (ride). Ma ormai sono pochi gli spettatori esigenti. Sono calati del 90 per cento rispetto agli anni migliori».
 
Quali anni?
«Quelli di Ben Hur, della Ciociara, del Vizietto. Gli anni del cinema come punto di riferimento, non di consumo. Come termometro della vita. Oggi non ci sono più quei film: la multisala ha bisogno di tanti film e la quantità e nemica della qualità».
 
Il suo film preferito?
«Ce ne sono tanti, li sento tutti miei. Ma se devo sceglierne uno Via col Vento che sono riuscito a portare anche in questa sala».
 
L’ultimo capolavoro?
«Il gladiatore, senza dubbio. Oppure un piccolo film dell’anno scorso, un film che quasi nessuno ha visto: Il concerto. Bellissimo».
 
Ma se è tutto cambiato e gli incassi non sono come una volta, cosa la fa andare avanti?
«Sono appassionato di cinema. Ti entra nel sangue, e come un figlio, una fidanzata che non esce. Il cinema fa parte della mia vita. Qui dentro sono cresciuto, tra grandi attori e brutti film. Ho staccato biglietti e pulito per terra, tutto in attesa di grandi storie da poter mostrare al pubblico».
 
Sembra di essere dentro Nuovo cinema paradiso…
«Me lo dicono in molti. Ma è normale: tutte le monosala d’Italia sono in questa condizione, in declino violento e forse inesorabile».
 
Perché resistere allora?
«Perché bisogna morire combattendo, altrimenti si è vigliacchi. Si deve combattere per il proprio amore. È il mio contributo al cinema».
 
Il futuro?
«Non ci voglio pensare. Ora sono qui, nel mio cinema».
 
Ennio mi porta a fare un giro nella sala vuota. Mostra fiero le poltrone, grandi, che ha installato rinunciando a un centinaio di posti.
Accende orgoglioso tutte le luci.
Sale sul palco, osserva lo schermo bianco e poi le poltrone vuote.
«È una sala perfetta – dice sorridendo -, perfetta».

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