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“Bonus bebè: ricorsi giusti, in gioco i diritti”

L'avvocato Stefano Rossi replica alla collega Simona Abati circa le competenze in tema di bonus bebè e di diritti fondamentali della persona.

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L’avvocato Stefano Rossi replica alla collega Simona Abati circa le competenze in tema di bonus bebè e di diritti fondamentali della persona. 


Egregio Direttore

Ho letto con interesse l’intervento dell’avv. Simona Abati, che in poche righe è riuscita a coagulare un misto di imprecisioni e banalità che lascia perlomeno stupefatti.
Partirei dalla considerazione relativa a una presunta prevalenza o preferenza a favore della giurisdizione amministrativa in relazione all’impugnazione di “delibere delle pubbliche amministrazioni in materia di speciali sussidi o incentivi”, sottolineando come, nel caso del regolamento del comune di Palazzago così come per altri provvedimenti analoghi, fossero in gioco diritti fondamentali, riconosciuti a livello costituzionale e comunitario, che venivano ad essere lesi da atti o comportamenti discriminatori adottati dagli enti locali.
Per cui, una volta operata la qualificazione del diritto alla parità di trattamento e, quindi, alla non discriminazione, come inviolabile, in quanto diritto fondamentale della persona fornito di copertura costituzionale in base agli artt. 2, 3, 10, 29 e 30 (in relazione a sussidi per famiglie e minori) 38 (per sussidi ai lavoratori) Cost., è evidente come lo stesso non sia suscettibile di subire alcun “affievolimento”, sia pure a seguito di provvedimenti della Pubblica amministrazione.
Si discute quindi di una posizione di diritto soggettivo, con conseguente superamento ed irrilevanza, ai fini della giurisdizione, della distinzione tra atti e comportamenti della P.A.; l’atto amministrativo lesivo del diritto alla pari dignità sociale va qualificato come semplice “comportamento”, del tutto inidoneo a far degradare a semplice interesse la posizione soggettiva eventualmente incisa (si tratta di principio consolidato sin da Trib. Milano, ord. 21 marzo 2002, in Il Foro Italiano, 2003, I, 3175, con nota di G.Piombo).
Per di più, lo stesso art. 44 d.lgs. n. 286/1998 (richiamato dall’art. 4 d.lgs. n. 215/2003), disciplinando le modalità dell’azione civile contro le discriminazioni, il contenuto del provvedimento in caso di accoglimento del ricorso e l’attribuzione della competenza al tribunale in composizione monocratica, si riferisce, senza operare distinguo alcuno, a qualsiasi «comportamento di un privato o della pubblica amministrazione» che sia produttivo di discriminazione.
Va infine specificato che, nell’ipotesi in cui l’attività discriminatoria risulti attinente ad uno dei rapporti di cui all’art. 409 c.p.c. (come nel caso del regolamento del comune di Palazzago), il Tribunale, ai sensi dell’art. 413 c.p.c., deve decidere in funzione di giudice del lavoro.
Il bonus bebè costituisce infatti una prestazione patrimoniale a sostegno delle famiglie e della maternità, a cui l’ente locale si è obbligato in forza di un proprio atto; tanto basta per qualificare tale forma di assistenza come “obbligatoria” ai sensi dell’art. 442 c.p.c., in contrapposizione alle forme di previdenza e assistenza volontarie (cfr. Trib. Brescia, sez. lav., ord. 27 maggio 2009, pres. Tropeano; Cass. 29 settembre 2008, n. 24278).
Chiarito il profilo processuale della questione, vorrei concludere ricordando che la nostra Costituzione è paragonabile ad un tessuto prezioso, la cui trama è costituita dall’intreccio di principi e valori complessi, la cui interpretazione e applicazione non può essere immiserita né tradotta in slogan di facile presa.
I diritti infatti vanno presi sul serio, in particolare ciò vale per l’eguaglianza, che insieme al principio personalista e a quello pluralista, rappresenta il cardine del nostro ordinamento costituzionale.
Come ha recentemente scritto un’illustre costituzionalista della nostra Università, la prof.ssa Barbara Pezzini, “dal momento che i principali diritti sociali costituzionalizzati sono garantiti come diritti della persona, il principio di uguaglianza non vale solo come condizione obiettiva di ragionevolezza, ma opera come un vero e proprio diritto soggettivo all’uguaglianza, che impone lo scrutinio stretto e rigoroso delle differenze di trattamento che il legislatore[o, come nel caso di specie, l’ente locale] introduce; in tal senso devono essere quindi obiettivamente rilevabili differenti condizioni di fatto tra cittadini e non (in particolare, le differenze non devono essere “create” dalla legge, ma devono sussistere in base a condizioni materiali riconducibili ad elementi che la struttura costituzionale consente di prendere in considerazione) ed inoltre tali differenziazioni devono essere apprezzate e giustificabili rispetto ai fini specificamente incorporati nel diritto sociale in questione” (B. Pezzini, Lo statuto costituzionale del non cittadino: i diritti sociali, Relazione al convegno annuale dell’Associazione Italiana dei Costituzionalisti, in www.astrid.it ).
Solo quest’analisi faticosa e complessa, affidata agli organi della giurisdizione, può impedire che la lesione dei diritti degli “altri” divenga una lesione dei nostri diritti, in quanto di membri di una stessa comunità. Una “comunità di diritti e di doveri, più ampia e comprensiva di quella fondata sul criterio di cittadinanza in senso stretto”, la quale “accoglie e accomuna tutti coloro che, quasi come in una seconda cittadinanza, ricevono diritti e restituiscono doveri, secondo quanto risulta dall’art. 2 Cost., là dove, parlando di diritti inviolabili dell’uomo e richiedendo l’adempimento dei corrispettivi doveri di solidarietà, prescinde del tutto […] dal legame di cittadinanza” (Corte cost. sent. 172/1999).

Cordiali saluti
Avv. Stefano Rossi

PALAZZAGO

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Commenti

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  1. Scritto da anna

    per marilena, chi è una delle tue solite raccomandate di sinistra…. basta clientalismo!

  2. Scritto da Roberto Pogna

    Grazie avvocato Rossi per l’intervento chiaro, puntuale. Viste le derive leghiste, discriminatorie se non razziste e populiste, mi sa che in futuro avremo sempre più bisogno del sostegno di avvocati preparati per reggere il confronto – scontro legale.

  3. Scritto da andrea

    per fortuna che tra gli avvocati c’è anche chi non si piega alle politiche della maggioranza e ricorda che ci sono i diritti da proteggere

  4. Scritto da marilena

    sono contenta che sia stata citata la professoressa barbara pezzini, una donna veramente in gamba di cui bergamo deve essere orgogliosa.

  5. Scritto da carmelo

    Chiaro e ottimo. Meriterebbe una traduzione in bergamasco per i Padano-Leghisti , che sembra abbiano difficoltà sia con la Costituzione che con la Lingua Italiana.