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“Sono gli alberi d’Africa a parlare”

Il viaggio in Burkina Faso di Francesco Calò, ventottenne sommese, nel Paese africano con la Ong Magis. Sul suo blog racconterà emozioni ed esperienze di questa avventura lavorativa sognata da una vita

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«Un sogno che si avvera dopo cinque anni di studio e due di lavoro». Così Francesco Calò presenta il suo viaggio in Burkina Faso con l’Ong Magis: un viaggio per capire come i soldi dati in beneficenza vengono utilizzati e per conoscere meglio l’Africa vista finora solo da lontano. Ventotto anni, sommese, impegnato politicamente con il Partito Democratico (è consigliere comunale e portavoce del partito nella città dei Tre Leoni), per offrire uno scorcio del continente nero ha aperto un blog dal titolo “Sono gli alberi d’Africa a parlare”: «Il Burkina Faso è uno dei paesi più poveri al mondo sia in termini economici che in termini di materie prime. E’ un paese che ha vissuto momenti tragici nella sua storia. Ha subito una dominazione coloniale (quella francese) – scrive nel primo post pubblicato -. L’indipendenza ha portato con se governi instabili e in giro di 20 anni ben 3 colpi di stato. Nella sua instabilità politica purtroppo chi ne fa le spese è il popolo ed oggi comunque questo ultimo cerca con fatica di svilupparsi. Questo paese, come molti paesi africani, possono essere paragonati ad un baobab. Un albero forte possente che ogni giorno sfida una natura estrema. Le sue radici cercano di trovare in profondità la propria fonte di vita (l’acqua), mentre i suoi rami sembrano pregare il cielo chiedendo la grazia più importante (la pioggia)». Da ieri, giovedì 7 ottobre, è a Ouagadougou, capitale del Paese africano; ci è arrivato dopo aver fatto scalo a Casablanca, in Marocco: «In quasi 6 ore di volo faccio lo stesso percorso di immigrati che affrontano in decine e decine di giorni il deserto del Sahel – ha scritto Francesco -. Chissà se quando sarò lassù nel cielo laggiù sulla terra ci saranno persone in cammino o in un container per verso una meta che reputano migliore di come quello che hanno abbandonato. Vedo qualche persona che continuerà il suo viaggio insieme a noi e che sta tornando a casa con la sua famiglia e con delle valige strabordanti di regali. Proprio una persona di fronte a noi, durante il controllo del bagaglio a mano (un po’ più di uno) è stato fermato dal poliziotto di frontiera il quale sorridendo nel vedere cosa c’era dentro gli ha chiesto: “un regalo per me?”. Questo signore distintamente ha risposto che sono due anni che fa sacrifici e quei regali sono i pensieri che ha rivolto alla propria famiglia in questo periodo di assenza da casa». Ieri la prima forte emozione, la visita all’ospedale di San Camillo di Ouagadougou: per leggere emozioni e sensazioni basta leggere l’ultimo post dal titolo “La pelle di un bambino africano appena nato… Rosa come quella di un bambino italiano appena nato”.

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